«STUDENTESSI - Elio e le Storie Tese» la recensione di Rockol

Elio e le Storie Tese - STUDENTESSI - la recensione

Recensione del 04 mar 2008

La recensione

A Sanremo ci sono tornati al momento giusto, con Baudo come santo protettore: e così, mentre loro fanno eroicamente l’alba al dopo Festival il disco nuovo è in rete e negli scaffali dei negozi, a disposizione dei neofiti che fanno ora la loro conoscenza in tv come dei fan duri e puri che da cinque anni aspettavano pazientemente un seguito a “Cicciput”. Questi ultimi non avranno soverchie sorprese all’ascolto di “Studentessi”, se non per una guest list ancora più fitta del solito, popolata di comici tv, amici e colleghi che quando ci sono di mezzo loro accettano volentieri la burla, l’auto presa in giro e la vacanza goliardica (non ci crederete, c’è persino Carla Fracci!).
Nonostante tutto quel che c’è stato in mezzo – libri, spettacoli, programmi tv – ora che sono tornati insieme EelST sono sempre gli stessi: i soliti funamboli del pentagramma, i soliti giocolieri del calembour. Irriverenti e scollacciati (il bollino rosso per i “testi espliciti”, tanto caro agli americani, qui potrebbe coprire l’intera copertina). Surreali e scioccherelli. Ipertestuali e, una tantum, anche terribilmente seri: il caso è già noto, quella “Parco Sempione” che col pretesto di una storiella su un africano che non sa suonare i bonghi serve a denunciare l’abbattimento di un bosco milanese e a maledirne (è un eufemismo…) i mandanti, Formigoni e la sua giunta. E’ il piatto forte e più pepato del disco, ça va sans dire, e anche una delle costruzioni musicali più complesse, world music per palati fini. Il più divertente? Forse quel “Suicidio a sorpresa” in cinque movimenti in cui, spalleggiati da una Paola Cortellesi deliziosa, EelST dileggiano l’ossessione dei messaggi satanici nascosti nelle pieghe del death e del black metal rivoltando a 360 gradi la prospettiva: spassosa l’idea, brillante l’esecuzione con quelle folate swing in stile Trio Lescano e gli arrangiamenti fiatistici di Demo Morselli che col tema della canzone c’entrano giustappunto come i cavoli a merenda.
Gli ascoltatori non di primo pelo, soprattutto, si divertiranno a cogliere infinite citazioni: i Genesis periodo “Selling England by the pound” dell’introduzione di “Plafone”, un’operetta pop con la voce virtuosa di Antonella Ruggiero che sale su su fino a vette vertiginose, e il Belfagor fantasma del Louvre che ci terrorizzò da bambini, ingenui che eravamo. Topolino e i Beatles di “Sgt. Pepper”. Irene Grandi che in “Heavy samba” (un mix fra Jobim, Bruno Martino e gli Zeppelin) fa il verso ai miagolii rock di Robert Plant. Gli incipit celentaneschi di “La lega dell’amore” e l’interpolazione tra Morricone, Memo Remigi e Rita Pavone che apre “Indiani (a caval donando”), western da cartoni animati con banjo e violino di rigore. Prevale il gusto (alla Monty Python) per l’assurdo, un marchio di fabbrica consolidato: vedi “Il congresso delle parti molli” (con una lunga e sognante outro che fa capire di cosa sono o sarebbero capaci) e i funkettoni “Gargaroz” e “Supermassiccio” (“Benedetto il buco nero e le leggi di Keplero”…). Aggiungeteci la follia feroce e urticante di Mangoni, che qui (“La risposta dell’architetto”) affronta di petto i rapper sul loro stesso campo di battaglia. E gli ospiti di cui dicevamo: Claudio Baglioni, che sul tema dell’autoironia s’è sdoganato dai tempi di Fazio e di “Anima mia” è l’ispiratore, oltre che la voce, di un motivetto smemorato che fa da trait d’union tra i vari momenti del disco, ma ci sono anche una Giorgia suadente in versione soul woman, Crozza, Bisio e il telecronista sportivo Guido Meda (però è più divertente l’intermezzo di tale dj Stefano) . Non hanno mezze misure, gli Elii, e amano gli opposti: surfeggiando come Vianello o la Pavone yè yè scivolano nell’indelicatezza (Sulla tristezza, canta Elio, “anche Luigi Tenco ci ha prosperato molti anni fino a quando poveretto non ne è rimasto sopraffatto”); poi riesumano un vecchio pezzo del 1997, “Single” (sigla di un omonimo programma radiofonico con Bruno Gambarotta e Luciana Littizzetto), per rendere omaggio affettuoso alla memoria di Paolo Panigada, in arte Feiez. Sono fatti così, prendere o lasciare, il buonismo alla Veltroni o alla Jovanotti non è nelle loro corde. Non si preoccupano di piacere a tutti, e fanno bene. Amano divertirsi, vivaddio, però piacerebbe vederli osare qualcosa di diverso, oggi che sono cresciutelli. E’ o non è Frank Zappa il loro nume tutelare?



(Alfredo Marziano)
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