Avrebbe dovuto essere, secondo alcune anticipazioni, l’occasione per rinverdire gli amori country degli ormai lontani esordi. Vero fino a un certo punto, anzi molto poco, perché a parte il banjo di cui sopra, qualche dobro e qualche lap steel più una canzone, “I dream of spring”, che profuma effettivamente di praterie, la lang di oggi è lontana parente della drag cowgirl in giacca a frange che a fine anni Ottanta piombava a Nashville per duettare con Brenda Lee e Loretta Lynn. Troppa acqua è passata sotto i ponti, nel percorso che va da “Constant craving” a Tony Bennett, dal grande canzoniere canadese (i Neil Young, i Leonard Cohen e le Joni Mitchell rivisitati nell’ispirato “Hymns of the 49th parallel” di quattro anni fa) alla pratica buddista che orienta oggi il suo pensiero e la sua scrittura. Che “Watershed” esca per un’etichetta come la Nonesuch è già un indizio: questa è musica “adult contemporary”, se proprio vogliamo appiccicarle una vaga etichetta. Che vive, come tutti i dischi dei canadesi (anche quelli espatriati), di grandi introspezioni e grandi spazi (“endless blue above me/endless blue beneath”, canta k.d. in “Je fais la planche”), di incanti e sospensioni temporali, di nostalgiche rievocazioni del passato (il basso alla Drifters di “Coming home”, quello jazz di “Sunday”, un’eterea nuvola di fisarmonica, vibrafono e organo che sa di musica anni Sessanta proiettata nell’infinito). Musica acustica e discreta, autunnale e ovattata (“Thread”), onirica e da ascoltare a occhi chiusi (“Close your eyes”, appunto), spesso con una punta di elettronica tenuta sotto traccia, un ritmo cardiaco lento e costante scandito dalle percussioni. A volte vicina ad Annie Lennox (le aperture melodiche della pop song “Flame of the uninspired”), altre alla Joni della maturità: Upstream” e “Shadow and the frame” hanno quel piglio austero e un po’ altero, quel ritmo sincopato, quella perfezione geometrica dei disegni sul pentagramma, mentre solo nel finale (“Jealous dog”) k.d. si concede un momento ludico e spensierato, una cantilena da portico angelica e sognante. Bravissima: però queste sue Grandi Pianure dipinte in musica sono fin troppo piatte, nessun dosso o promontorio a risvegliare i sensi, a scuoterci da un incombente senso di torpore. Peccato che il fiume di musica che scorre intorno a questo suo “spartiacque” esistenziale, ogni tanto, non si ingrossi e faccia più schiuma.
(Alfredo Marziano)