«DETOURS - Sheryl Crow» la recensione di Rockol

Sheryl Crow - DETOURS - la recensione

Recensione del 06 feb 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Dio benedica questo casino”: sono tra le prime parole pronunciate nel nuovo album di Sheryl Crow, “Detours”. E anche se la canzone – un bozzetto acustico che sembra inciso per strada, con un registratore portatile – parla dell'America disastrata di questi tempi, è difficile non pensare alla vita disastrata di questi ultimi anni di Sheryl Crow. Che è ed è sempre stata uno strano mix tra una cantante pop – per il physique du role e per una tendenza ad una faciloneria un po' gratuita – ed una rocker. Ma che ha sempre messo in piazza i fatti suoi, nelle sue canzoni.
“Detours” arriva a tre anni da “Wildflower” disco che raccontava un periodo felice. Abbondantemente finito: la storia d'amore con Lance Armstrong è archiviata, una brutta malattia si è presentata ed è stata superata. Il nuovo disco vorrebbe segnare un nuovo inizio musicale dopo un nuovo inizio nella vita (rappresentato dal figlio adottivo Wyatt, a cui l'album e l'ultima canzone sono dedicati).
Cosa c'è di meglio, allora, che tornare alle proprie origini? “Detours” è stato prodotto da Bill Bottrell, deus ex machina dei primi due album nonché scopritore della Crow. Riferimenti attuali a parte (impossibile non notarli, anche solo nei titoli: si passa da un “Diamond ring” a una “Radiation song”, tanto per fare due esempi), il tentativo di “Detours” è chiarissimo: riprodurre quel mix di rock classico e atmosfera scanzonata che decretò il successo di “Tuesday night music club”. La produzione di Bottrell è ineccepibile nei suoni, ma come al solito Sheryl Crow andrebbe consigliata un po' meglio nelle canzoni da includere o escludere. Perchè “party songs” come “Love is free” o “Out of our heads" ricordano solo alla lontana “All I wanna do”, mentre la Crow funziona meglio quando si impegna di più come nel bel singolo “Shine over babylon” o nella canzone che dà il titolo al disco. Quando fa la cantautrice rock, insomma.
“Detours” dimostra, ancora una volta, che ci sono due Sheryl Crow: una pop e una più rock. Una non esiste senza l'altra e, per fortuna sua e nostra, sembrano avere trovato un buon equilibrio, traversie esistenziali a parte.

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