Le informazioni fornite dall’etichetta parlano di un lavoro maggiormente pop rispetto ai precedenti ed in parte è vero. Ma non si fraintenda, perché in questo caso pop non fa rima con “disco che cattura al primo ascolto”. Anzi. “Oh dear!” è sicuramente meno ruvido ed aggressivo rispetto a “The plural of the choir”, ma non mette a segno subito il suo colpo: ti agguanta quel tanto che basta a non metterlo da parte, entra dentro un poco alla volta e solo allora affonda l’attacco decisivo. Il sound dei bolognesi è un composto di indie-rock di matrice statunitense (Modest Mouse, Built to Spill, Fugazi), perfetta pronuncia (ovviamente) della lingua inglese e la freschezza di un pop mai banale.
E’ quindi solo dopo ripetuti giri nel lettore che si viene conquistati da buona parte dei suoi quindici capitoli (di cui quattro intermezzi): il crescendo chiaro/scuro di “Head full of dreams” e “Balloons”, la saltellante melodia di “Summer drops”, la potenza rock di “I go quixotic!”, la spensieratezza di “The boy and the light”, la drammaticità di “Lonely boy”, la velocità indie-rock di “This city”, la freschezza malinconica di “Slowly moved on” e la fugaziana “Wishing tunnels”.
Insomma “Oh dear!” rappresenta sicuramente un’ottima evoluzione per i Settlefish, la dimostrazione che è possibile rendere il proprio sound un minimo più accessibile senza snaturarsi, senza cadere nella banalità. Clancy e soci sono partiti dalla gavetta nei centri sociali quasi dieci anni or sono e forse sono una delle poche band in questo paese che conoscono la vera origine del termine “indie”.