«DALLA PELLE AL CUORE - Antonello Venditti» la recensione di Rockol

Antonello Venditti - DALLA PELLE AL CUORE - la recensione

Recensione del 19 dic 2007 a cura di Luca Bernini

La recensione

“Crederci sempre, arrendersi mai” non è solo lo slogan coniato per un noto reality show, ma anche il credo che riassume meglio di ogni altro la carriera e l’attitudine di vita di Antonello Venditti. Coriaceo, caparbio, smaliziato quanto basta a non stupirsi di niente ma in fondo ancora legato a doppio filo a quell’Antonio che da ragazzino prendevano in giro per la sua stazza ingombrante, Venditti è sempre stato un combattente, anche contro il tempo: da oltre vent’anni porta gli stessi Rayban, i capelli - pochi e tinti di nero - all’indietro, i jeans e la camicia bianca quasi fossero un’uniforme. Ha il fisico e il carattere del giocatore di calcetto da circolo romano, reso esperto e “tignoso” dal passare degli anni, capace di accalorarsi come un adolescente e di non cedere mai un metro all’avversario.

Questa breve digressione può servire per capire meglio “Dalla pelle al cuore”, il primo vero prodotto di qualità che Venditti sforna in quasi vent’anni (o trenta?) di carriera, e che arriva dopo che i precedenti “Che fantastica storia è la vita” (2003) e ancora di più “Goodbye N9vecento” (1999) avevano tentato – invano – di revitalizzarne la carriera. In molti avrebbero gettato la spugna, a quel punto, ma non lui. Antonello Venditti ha incassato i colpi ed evidentemente fatto tesoro della lezione. Ha visto palazzetti semivuoti e fatto tournée decisamente meno trionfali delle precedenti. Ha subìto (come quasi tutti) un calo delle vendite, ha sfornato raccolte e prodotti “furbi” come “Campus”, un disco live che anticipava un tour (di recente ha fatto la stessa cosa anche il suo ex-pard Francesco De Gregori) e, di recente, un’ottima antologia come “Diamanti” (il cui successo ha dimostrato che il suo pubblico storico, pur snobbandone gli ultimi lavori, non lo aveva però dimenticato); insomma, ha – come direbbe Ligabue – tenuto botta. Masticando voglia di rivincita, c’è da scommetterci.

E la rivincita probabilmente arriva adesso, visto che per risalire ad un altro suo album ispirato come “Dalla pelle al cuore” bisogna tornare indietro al 1984, a quel “Cuore” che conteneva classici come “Notte prima degli esami” e “Ci vorrebbe un amico”. Intendiamoci: non c’è granché di nuovo da scoprire, tra le canzoni di questo nuovo lavoro. La poetica di Antonello Venditti, le sue costruzioni armoniche, le tessiture del piano, il suo celebrato e vituperato vibrato, una certa retorica nella costruzione dei testi, lo splendore di alcune melodie, sono tutte cose già universalmente conosciute. Così come anche gli ospiti che impreziosiscono alcune tracce del disco, Gato Barbieri con il suo sax e l’amico Carlo Verdone alla batteria, perché ricorrenti ormai da decenni nelle avventure musicali di Venditti, così come Alessandro Colombini, suo ultradecennale produttore. Piuttosto, quello che qui c’è da celebrare, non è tanto la novità, ma la qualità. Soltanto nove canzoni (primo schiaffo a chi continua a realizzare album di inusitata lunghezza), ma scelte con cura e tessute insieme da un’ispirazione felice e profondamente covata, in un album che assomma in sé tutte le tematiche più tipicamente vendittiane. C’è l’amore che finisce (“Scatole vuote”) e quello che ricomincia (“Dalla pelle al cuore”), quello che prosegue come un lascito (“Indimenticabile”) e quello venato di malinconia (“Regali di Natale”). E poi c’è l’uomo, celebrato in un paio di canzoni come “Giuda” e “Tradimento e perdono”: e se Giuda, nel suo sommo errore, diventa simbolo di perdono e redenzione, in una rielaborazione tutta vendittiana della propria dimensione cristiana, “Tradimento e perdono” ascrive la responsabilità della tragica morte di “campioni” come Agostino Di Bartolomei (capitano della Roma scudetto 1982/83), Luigi Tenco e Marco Pantani a “questo mondo coglione” che lascia soli anche i vincenti quando si spengono le luci della ribalta.
Ma c’è anche il Venditti sociale e “politico”, nel disco, con due brani come “La mia religione”, in cui l’artista ritrova le radici laiche del suo credo e le promuove a sua regola di vita, in un accezione lontana anni luce dai fondamentalismi propagandati per fede di questi anni; e “Comunisti al sole”, un ritratto semi-ironico – e forse in parte anche autobiografico - del comunismo chic all’italiana. C’è, infine anche l’amata Roma, questa volta non in un ruolo da protagonista, ma come suggestivo sfondo a stati d’animo (“Piove su Roma”) e incontri fortuiti (“Regali di Natale”).

Insomma, “Dalla pelle al cuore” è un bel disco, anche perché riesce a essere – mi si perdoni l’espressione – meno volgare e ruffiano di alcuni precedenti lavori, che pur erano stati sostenuti da un certo successo di pubblico (parlo soprattutto della triade “In questo mondo di ladri”, “Benvenuti in paradiso” e soprattutto “Prendilo tu questo frutto amaro”). Il Venditti di queste nuove canzoni è il migliore da tempo anche per disposizione d’animo, per ricerca interiore, per capacità di narrare, e “Dalla pelle al cuore” è un disco perbene, quasi nobile, tanto da essere il primo, se non erro, ad essere dedicato da Antonello Venditti ai suoi genitori. L’indomabile giocatore di calcetto, zitto zitto, si è smarcato ed è tornato a fare uno splendido gol. C’è da sperare solo che la tentazione della goleada non lo porti a strafare (e a stravolere), come è già successo in passato. Sarebbe un peccato.

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