«FERRO E CARTONE - Francesco Renga» la recensione di Rockol

Francesco Renga - FERRO E CARTONE - la recensione

Recensione del 22 nov 2007 a cura di Luca Bernini

La recensione

Bisogna dare atto a Francesco Renga di aver lavorato duro per costruirsi una carriera, ma prima ancora, un suo stile. A ben pensarci nessuno, in Italia, fa musica come la sua: strane canzoni, a volte splendidamente riuscite, altre volte con un che di non risolto al loro interno, spesso con le radici ben affondate tanto nel beat degli anni ’60 quanto nel prog dei ’70. Canzoni che se non fossero cantate da lui, “riempite” di forza e di carica da quella voce sublime, probabilmente sarebbero molto meno popolari di quanto, invece, sono. Insomma, se Francesco Renga non ci fosse bisognerebbe inventarlo, e forse è questa voglia di voler dimostrare le proprie qualità di autore che lo ha spinto a tirare dritto di fronte ad alcune perplessità della critica, puntando direttamente al cuore del pubblico. La vittoria conseguita nel 2005 al Festival di Sanremo con “Angelo” ha rappresentato in questo senso il picco di un lungo lavoro di preparazione su di sé iniziato all’indomani della separazione dai Timoria di Omar Pedrini. Adesso, giunto al quarto album con la confidenza di un veterano, Francesco si toglie qualche soddisfazione: sceglie di lavorare a “Ferro e cartone” con il nuovo deus ex-machina della musica ggiovane italiana, Corrado Rustici (l’uomo che negli anni ’80 produsse lo Zucchero di “Blue’s” è ancora qui, e di recente ha firmato, oltre Renga, i lavori di Elisa e dei Negramaro): e fa centro, perché questo lavoro, dal punto di vista sonoro, è decisamente ben pensato. Rustici ha buon gioco nell’assottigliare la patina retrò che di solito avvolge candidamente i brani di Renga, dirottandoli verso sonorità più moderne anche se, a tratti, un po’ pompose=musiane (iter già sviluppato nel progetto dei Negraamaro).
Ma non è tutto: Francesco affianca alla pubblicazione del disco anche un libro, edito da Feltrinelli, intitolato “Come mi viene – vite di ferro e cartone” e diviso in undici episodi intitolati come le canzoni dell’album, quasi a incoraggiarne una lettura/ascolto incrociati. E in tutto ciò firma per il nuovo album undici canzoni che sono le più renghiane finora uscite: canzoni strane, fatte di ferro e cartone (anche questa una strana accoppiata, a ben vedere), che a volte si librano nel vento che è un piacere, altre volte hanno bisogno di tutta l’aria compressa dei polmoni del loro demiurgo per spiccare il salto. Alcune di esse (“Cambio direzione”, “Coralli”, “Dimmi”, “Come mi viene”, “Dove finisce il mare”) sanno parlare al cuore con efficacia, altre (“Vedrai”, “Preda dei venti”, “Lo specchio”) hanno in sé un che di ridondante che a tratti le rende artificiose, o perché troppo leziose o perché tenute in piedi da acrobazie vocali scritte per una voce che può qualunque cosa. E del resto, basterebbe concentrarsi soltanto su Renga per eliminare qualsiasi perplessità su questo disco: la sua è una voce che non si discute, che negli anni si è arricchita di timbri ed espressioni come il volto di un attore nel divenire della sua carriera, e che continua ad essere un mezzo miracolo nel nostro panorama canoro. La predominanza della voce e gli arrangiamenti che Rustici mette in scena per “ambientare” ciascuna a suo modo le singole canzoni, non sono però tutto. E così ci troviamo a dare a questo album una valutazione meno alta di quanto avremmo pensato prima di ascoltarlo e a rimpiangere, nel mare magnum di orchestrazioni similsinfoniche, qualche episodio più duro e indigesto, in una parola “rock”. “Ferro e cartone” è l’ennesima tappa in avanti di un cammino fortemente voluto dal suo autore. Non deluderà il suo pubblico. Ma per il futuro è necessario ancora un piccolo sforzo: è il talento stesso di Renga a meritarselo.

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