«CHROME DREAMS II - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - CHROME DREAMS II - la recensione

Recensione del 09 nov 2007

La recensione

E’ lui il vero immortale, l’highlander del rock. La polio, l’epilessia, la sindrome di down che affligge i figli, i lutti (anche familiari: ha perso il padre da poco), un’operazione alla spina dorsale e un aneurisma cerebrale che due anni fa stava per mandarlo al creatore non sono bastati a minare quella roccia umana che è Neil Young. Ancora alive and kicking, vivo e vegeto, malgrado tutto. Indistruttibile come un eroe omerico, e testardamente uguale a se stesso. “Chrome dreams II”, che nel titolo allude a un omonimo disco concepito nel 1977 e mai dato alle stampe, potrebbe essere stato inciso allora, o anche prima. Ascolti "Beautiful bluebird”, armonica, lap steel e chitarra acustica con quell’inconfondibile ritmo strascicato, ed è come tornare indietro di trentacinque anni, ai tempi di “Harvest” (“Una mattina/mentre guidavo il mio camioncino pick up…”, persino la voce non è cambiata di una virgola). Oggi ci sono Bush e l’Iraq al posto di Nixon e del Vietnam, ma nel mondo in bianco e nero e un po’ manicheo del canadese in fondo è cambiato poco, e quando c’è da rimboccarsi le maniche lo si fa senza pensarci su due volte (vedi l’instant record “Living with war”). Lui, che lo sa e se ne frega, sulla sua marmorea immutabilità ci gioca. Dal primo, inedito “Chrome dreams” germogliarono piante rigogliose come “Pocahontas”, “Powderfinger”, “Look out for my love” e “Like a hurricane”; qualcun’altra è rimasta nascosta in serra, o sottoterra, e ora è cresciuta con il fusto di una sequoia secolare: “Ordinary people”, diciotto epici minuti di empito populista che incita la gente comune a riprendersi in mano il suo destino, piacerà a Patti Smith e farà venire gli occhi lucidi ai fan della prima ora: è una outtake da “This note’s for you”, 1988, informano gli storici, un hard rhythm & blues da favola con fiotti inarrestabili e incandescenti di chitarra elettrica, riff robusti di fiati, assoli di sax e di cornetta, tastiera alla Roy Bittan, otto strofe e un ritornello maestoso di quelli che ti vengono una volta su cento. Aggiungeteci “No hidden path”, un’altra cavalcata selvaggia di quattordici minuti e mezzo in puro stile Crazy Horse (anche se degli antichi cavalli pazzi qui resta in sella il solo batterista Ralph Molina) e il gioco è fatto, il vecchio Neil vince le ultime resistenze e pregiudizi a mani basse: non sarà “Down by the river” o “Cowgirl in the sand” ma poco ci manca. Capolavoro, allora? Non proprio: tra le cinque stelle di Mojo e le perplessità espresse da altri recensori c’è una via di mezzo. Siccome Neil è un campione dello ying e dello yang (e scusate il gioco di parole), l’autore bipolare e schizofrenico di trionfi come “After the gold rush” e tonfi come “Trans”, non è tutto così scontato e lineare. “Chrome dreams II” è un disco un po’ a singhiozzo, sbilanciato tra elettrico e acustico (e non è la prima volta: le magie di “Rust never sleeps” mica possono riuscire tutte le volte), melensaggini e muscoli scintillanti. Solo gli aficionados più sfegatati gli perdoneranno lo stucchevole sentimentalismo di “The way”, il suo coro di bambini e il valzerino da Bacharach di serie b. E non è facile entusiasmarsi neppure per pesi piuma come “Shining light”, spectoriana ma inconsistente, o “Ever after”, ballata country carina ma friabile, che basta un venticello di montagna per spazzarle via dalla memoria. Però conquista la cocciuta, onesta fedeltà di Young a un suo mondo poetico elementare ma efficace, in cui il mito dell’hobo e del viaggio (preferibilmente su rotaie e treni merci: il bel folk rock di “Boxcar”) assume sempre connotazioni metaforiche e trascendentali, e quel che conta è purificarsi nella bellezza divina della Natura, credere che tutto abbia un senso ultimo (“I’m just a believer, baby”: ma qui, nonostante i coretti e la melodia pop anni Sessanta, i Monkees non c’entrano), cercare la strada del Grande Spirito (“Spirit road”, un’altra tumultuosa tempesta elettrica). E’ un “Dirty old man” dal cuore tenero, Neil, che si diverte ancora a strapazzare la chitarra elettrica con lo spirito di un punk, e non si vergogna del fanciullino naif che ha dentro di sé. Un agnello ma anche un leone che qui ruggisce per quaranta minuti buoni, e scusate se è poco con tutto quello che è successo prima.



(Alfredo Marziano)
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