«ALL THE LOST SOULS - James Blunt» la recensione di Rockol

James Blunt - ALL THE LOST SOULS - la recensione

Recensione del 30 ott 2007 a cura di Luca Bernini

La recensione

L’Inghilterra ha sempre avuto nel DNA musicisti come James Blunt: capaci di fare, ma ancor più di essere, profondamente, “soft rock”: una definizione perfetta nonostante a prima vista – e anche a seconda – possa sembrare una contraddizione in termini. Eppure è proprio così: e se il primo album di Blunt, quel “Back to Bedlam” che due anni fa aveva ipnotizzato parecchi, mescolava bene le carte in tavola al punto da renderlo affine, in alcuni passaggi, ad artisti più introspettivi e intensi come David Gray e Damien Rice, questo “All the lost souls”, nonostante i toni drammatici che spesso lo pervadono, mostra con più chiarezza i tratti distintivi del suo autore. Che sono pop, anzi, “soft rock”. James Blunt mira a Cat Stevens, ma tutt’al più riesce ad assomigliare ad Al Stewart. Punta su Elton John, ma a tratti ripete Gilbert O’ Sullivan. Non si fa scrupoli nello schierare in campo le forze più disparate per garantirsi il risultato, gioca a zona e a uomo, è elettrico e acustico, solenne e informale, acidulo e grave, ma alla fine di tutto l’unico effetto che ha è di suonare un po’ “farlocco” (termine romano usato per indicare cosa “fasulla”). Intendiamoci, il talento da melodista c’è, e a tratti la costruzione delle canzoni è buona: ma l’impressione è che dietro ci sia un bieco lavoro di marketing e produzione atto a vendere al meglio il pacchetto. Forse era così anche nel primo disco, forse no: di certo qui, questo lavoro è assai più evidente, e offre risultati che industrialmente potranno anche garantire piazzamenti in classifica e dischi venduti ma che dal punto di vista artistico relegano questo lavoro ad un livello appena superiore alla sufficienza. 10 canzoni tutto sommato piacevoli ma ridondanti, che trasmettono, nel piacere dell’ascolto, qualcosa di morboso, un po’ come mangiare troppa marmellata e sentirsi nauseati dopo un po’. Ci saremmo aspettati un po’ più di nervo e di muscolo, da Blunt, egli invece ci viene incontro con la sua espressione cucciolosa da bravo ragazzo inglese e ci scoppia a piangere in faccia prima ancora di averci detto “ciao, come stai?”. Sicuramente il disco adatto per chi ha voglia di crogiolarsi tra le coperte tra i ricordi di storie finite e un mondo in cui “tutti dobbiamo morire”. Chi non è esattamente in questo mood disperato-glicemico potrà tranquillamente farne a meno.

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