«LOVE IS THE SONG WE SING - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - LOVE IS THE SONG WE SING - la recensione

Recensione del 25 ott 2007

La recensione

E’ stata una stagione brevissima, l’estate dell’amore di San Francisco, tanto che già il 6 ottobre del 1967 ad Haight-Ashbury celebravano ironicamente “il funerale dell’hippie”. Però ce la sentiamo ancora sulla pelle, quarant’anni dopo, per gli scossoni tellurici che provocò nel modo di vivere, di pensare, di vestire e, ovviamente, di fare musica: lì e allora, ci ricordano opportunamente le note di copertina di questo stupefacente quadruplo box della Rhino, gli artisti si guadagnarono per la prima volta una libertà creativa assoluta. E nacquero i locali rock, i light show, i poster psichedelici, la stampa musicale e alternativa, le radio che trasmettevano album interi invece dei singoli di successo. Così è arrivato di nuovo il tempo delle celebrazioni e delle ricorrenze, concerti nostalgici infarciti di reduci dell’epoca, mostre e libri, Dvd e antologie discografiche. Quella di cui vi parliamo è la più imponente (quattro Cd, 77 brani) e costosa (intorno ai 65 euro), ma se siete minimamente interessati al genere non lasciatevela scappare: prima ancora che dalla musica rimarrete incantati dalla copertina nero e argento e dal formato modello album fotografico, con saggi, note dettagliate brano per brano e una splendida galleria fotografica che vale da sola l’acquisto del volume.
Il sottotitolo, “San Francisco Nuggets 1965-1970”, spiega bene contenuti e impostazione dell’opera, riallacciandosi al concetto della celebre collana inaugurata da Lenny Kaye. E’ vero, qui dentro non trovate TUTTI i gruppi del luogo e dell’epoca come qualche ossessivo collezionista anglo-americano ha già voluto rimarcare. Mentre gli appassionati avranno già gli scaffali pieni di Jefferson Airplane e di Grateful Dead, di Janis Joplin e di Santana, di “White rabbit” e di “Dark star”, di “Mercedes benz” e di “Soul sacrifice”, ed esistono sicuramente modi più economici per procurarsi “Get together”, inno ufficioso della Summer of Love che qui apre e chiude il programma nella versione stile Greenwich Village dell’autore Dino Valenti (alias Chester Powers) e in quella tintinnante ed elettrica degli Youngbloods (in quanti film l’avranno usata?). Però…però il quadro d’insieme è irresistibile, ricco e appassionante, frutto di un lavoro certosino e maniacale come solo certi inglesi innamorati della musica d’oltreoceano sanno fare (blues e soul revival sono sbocciati nel Regno Unito, no?): onore ad Alec Palao, che per coltivare la sua ossessione e salire sulla macchina del tempo si è trasferito in California negli anni ’80. In quattro Cd si dipana un romanzo affascinante e complesso, dal finale aperto ed enigmatico (non esiste, non è mai esistito un “San Francisco Sound”). All’inizio (primo Cd: si intitola “Seismic rumbles”, “brontolii sismici”) furono Beatlesmania e British Invasion, capelli a caschetto e coretti yè-yè, le dolci sofisticherie dei Beau Brummels, i We Five che fanno “You were on my mind” (sì, proprio la “Ho in mente te” dell’Equipe 84), i Warlocks (pre-Dead) che scimmiottano gli Stones durante gli acid tests di Ken Kesey, Mojo Men e Grass Roots che seguono le orme di Dylan (una cover di “Ballad of a thin man”), i Jefferson e il duo Blackburn & Snow che si inventano folk rockers guardando verso Sud (la Los Angeles dei Byrds e dei Lovin’ Spoonful), i Sons Of Champlin che fanno muovere il piede a suon di scintillante r&b e i Sopwith “Camel” che vanno in classifica col vaudeville. Ma c’è già un profumo strano e sospetto nell’aria, con le nenie sghembe e orientaleggianti della Great! Society (il primo gruppo di Grace Slick, di cui più in là si ascolta anche una ipnotica versione dal vivo del classico “Somebody to love”), Country Joe che passa dallo humour nero di “I feel like I’m fixin to die rag” al trip lisergico di “Section 43” (entrambe in rara versione EP), i Charlatans che a Virgina City, Nevada, rivivono l’epopea western sotto gli influssi dell’Lsd e i Quicksilver Messenger Service che spediscono il blues oltre le porte della percezione (“Who do you love” in versione demo, meno acida e più boogie di quella pubblicata su “Happy trails”). Il secondo Cd (“Suburbia”) allarga lo sguardo ai cugini “poveri” e blue collar di Sacramento e di San Josè, di Sausalito e della Marin County: è il più “Nuggets” di tutti, tonnellate di garage punk, di chitarre fuzz e di batterie martellanti, gli immancabili Chocolate Watchband e Count Five ma anche i bulli Harbinger Complex e i tenebrosi Public Nuisance, i riff spettrali degli Oxford Circle, il proto folk-prog degli Stained Glass, la gran voce soul di Lydia Pense (The Generation), i Country Weather che inseguono la scia della “Astronomy domine” pinkfloydiana, una “Rubiyat” (Immediate Family) esoterica e maestosa e una “Suzy Creamcheese” (Teddy & His Patches) fuori di testa e da cartoni animati. Il terzo dischetto (“Summer of love”) è quello della Frisco in fiore: ci sono tutti i grandi (compresi i sottovalutati e sfortunati Moby Grape, la Steve Miller Band e quel Prince ante litteram che fu Sly Stone, agitatore della scena dalla prima ora) ma anche il lounge pop dei Mystery Trend, il groove jazz funky dei Salvation, l’hard rock dei Blue Cheer, il bizzarro doo wop al femminile delle Ace Of Cups, gli strepiti e le risate isteriche dei Loading Zone. Con l’ultimo Cd (“The man can’t bust our music”) siamo all’ultimo sole prima del tramonto: i Jefferson (“Mexico”) se la prendono con Nixon per il blocco dell’”erba” alle frontiere, i Santana volano alto sull’onda di Woodstock e i Dead cristallizzano in “Dark star” il loro fascino esoterico mentre nell’aria di Frisco galleggiano la psichedelia dolce dei Kak e quella rabbiosa dei Mad River, le interferenze elettroniche dei Fifty Foot Hose e il western swing vecchio stampo di Dan Hicks (ex Charlatans), il boogie dei Flamin’ Groovies e il jazz rock dei Mother Earth, l’idilliaco folk-prog-jazz dei Seatrain e il violino di David LaFlamme (It’s A Beautiful Day) in quell’estatico gioiellino che è “White bird”.
Strano che Palao, residente a El Cerrito, non abbia incluso proprio i suoi concittadini più famosi, i Creedence Clearwater Revival. Anzi no, mentre gli altri indossavano collanine e caffettani, John Fogerty aveva il camicione a quadri e cantava per i ragazzi sfortunati che stavano in Vietnam, altro che bruciare le cartoline precetto e ballare a piedi nudi nel Golden Gate Park.



(Alfredo Marziano)
Per la tracklist completa del cofanetto: http://www.rhino.com/store/ProductDetail.lasso?Number=165564
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