«SONGS OF MASS DESTRUCTION - Annie Lennox» la recensione di Rockol

Annie Lennox - SONGS OF MASS DESTRUCTION - la recensione

Recensione del 23 ott 2007

La recensione

“Canzoni di distruzione di massa” è un titolo che uno si aspetterebbe dagli Anthrax o dai Nine Inch Nails, mica da una signora stilosa e chic di quasi 53 anni. Però la Lennox è donna di mondo, intelligente e sensibile: girando il pianeta e impegnandosi in tante giuste cause (il nuovo disco è dedicato a “tutti i lavoratori umanitari, attivisti pacifisti e organizzazioni non governative del globo”) ha avuto occasione di toccare con mano brutture e miserie, guerre e carestie, e a questo suo nuovo pessimismo della ragione non saranno del tutto estranee certe vicende personali (un divorzio ormai vecchio di anni ma sempre doloroso, per esempio). Ecco allora undici canzoni nuove, le sue prime in quattro anni se si escludono “Into the west” (da “Il signore degli anelli: il ritorno del re”) e un paio di inediti per il best degli Eurythmics, in cui ricorrono con insistenza parole come “spettri” e “oscurità”, e in cui (anche la copertina contribuisce) si respira un’atmosfera vagamente sulfurea o almeno bigia, claustrofobica, autunnale. Anche quando meno te lo aspetti: nel gospel sincopato di “Love is blind”, ad esempio, che fa da viatico a immagini dure e forti di disperazione esistenziale e di pulsioni suicide. Però un attimo, Annie non è diventata di colpo una dark lady e questo è sempre un disco pop, con i suoi bei momenti di riscatto, le alzate di testa, le orgogliose rivendicazioni di autocoscienza femminile. E gli uptempo, forse, valgono più delle ballate: perché è lì che la cantante di origine scozzese lascia la briglia sciolta alla sua più intima selvaggeria e abbandona il suo algido aplomb per un cocktail inebriante di fuoco e ghiaccio. “Sing”, ispirata alle parole di Nelson Mandela e ai suoi programmi di prevenzione del virus HIV trasmesso geneticamente di madre in figlio (la Lennox è uno dei nomi di punta del concertone benefico “46664” in programma il 1° dicembre a Johannesburg) è l’architrave del disco, un funk soul elementare (“Canta, sorella mia, canta/Fai sentire la tua voce”) ma irresistibile, con deliziosa coda di musica autoctona sudafricana. Un capolavoro diplomatico, anche, che candida immediatamente la Lennox al titolo di Kofi Annan del pop mondiale: nel coro ci sono 23 dicasi 23 sue colleghe, un’Onu della musica al femminile dove sono adeguatamente rappresentate grandi potenze mondiali (Madonna, Celine Dion, Shakira, Anastacia), talenti emergenti (Fergie, Joss Stone, KT Tunstall) e nomi di culto (Beth Gibbons, Beth Orton, Martha Wainwright, Isobel Campbell). E’ elettrizzante anche “Ghosts in the machine”, con quel ritmo ostinato e dirompente alla Talking Heads periodo “Little creatures”, mentre i synth di “Coloured bedspread” sono puro sound Eurythmics con un’ombra di Depeche Mode; peccato per il mezzo passo falso di “Womankind”, banalotta e con tanto di superfluo inserto rap a dispetto delle onorevoli intenzioni. “Dark road”, il singolo d’atmosfera che apre il disco, è un’altra invocazione accorata a un’umanità che non vuol saperne di comunicare e andare d’accordo, con certe inflessioni vocali alla Joan Armatrading. “Through the glass darkly” ha una progressione armonica interessante e una suggestiva atmosfera onirica, “Big sky” e “Fingernail moon” una malinconia sospesa che sembra la cifra stilistica preponderante del nuovo corso Lennox. Annie, lo sanno tutti ma vale la pena di ripeterlo, ha in corpo uno strumento meraviglioso (sentite come spedisce in orbita nel finale una ballata tutto sommato convenzionale come “Smithereens”). Ed è un peccato che, insieme al produttore Glen Ballard (lo scopritore di Alanis Morissette, abbonato ai suoni “alternative mainstream”: e scusate l’ossimoro) anche stavolta non abbia osato qualcosa in più, o di diverso. Ci vorrebbe magari un Daniel Lanois a stravolgere un po’ le carte in tavola o gli orizzonti sonori, o il “guru” Rick Rubin così bravo (quando vuole, mica sempre) a spogliare voce, musica e anima degli artisti di ogni inutile orpello (“Bare”, appunto, come prometteva il suo disco di quattro anni fa). Magari una prossima volta?



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

04. Ghosts in the machine
07. Lost
09. Sing
10. Big sky
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