«THE FUTURE IS UNWRITTEN - Joe Strummer» la recensione di Rockol

Joe Strummer - THE FUTURE IS UNWRITTEN - la recensione

Recensione del 06 giu 2007

La recensione

Da quando ha lasciato questo mondo senza preavviso, il 22 dicembre del 2002, Joe Strummer è diventato un’ispirazione per molti, un faro per naviganti, la fiamma di uno di quei falò da bivacco che lui tanto amava. Giusto che sia così, a dispetto delle tante e note contraddizioni del personaggio: idealista e velleitario, romantico e un po’ ribaldo, generosissimo ed eternamente irrequieto, padre di famiglia affettuoso ma sempre incline alla vita disordinata, era sopravvissuto (con non poche difficoltà) al mito dei Clash, conservando a 50 anni l’entusiasmo di un bambino, una fede assoluta nell’essere umano e in petto il sacro fuoco del rock’n’roll. Chi lo ha incontrato (compreso chi scrive) ne conserva un ricordo indelebile, vivido, straordinario, a tutto tondo. Questo disco ha il grosso merito di assomigliargli molto: colonna sonora del biopic girato da Julien Temple che uscirà nelle sale americane in estate, è sapientemente costruito sulla falsariga di quei programmi radiofonici che Joe condusse per la BBC World Service tra il 1999 e il 2002, alternando le sue playlist a selezioni dalla sua produzione, frammenti di interviste e vivaci commenti a microfono aperto. Da Londra chiamava il mondo, e il mondo (il “suo” mondo, almeno: che era sempre quello degli “altri”, degli emarginati, degli outsider) rispondeva. Dalle immaginarie onde radio si propagano le voci e le musiche dei suoi tanti modelli e eroi, che poi sono anche quelli di molti di noi: il Woody Guthrie da cui il giovane Joe prese in prestito il primo nome d’arte (salvo abiurarlo in seguito, ricorda divertito Topper Headon in uno dei break parlati che inframmezzano la scaletta: tipico di lui) e il Presley cinematografico in salsa New Orleans di “King Creole” (“La via del male”), i poeti arruffati del Greenwich Village (il Dylan di “Freewheelin’”, ma anche la pecora nera Tim Hardin) e il teenage rock’n’roll di Eddie Cochran, le molotov musicali degli MC5 e la voce regale di Nina Simone (qui nella stupenda cover di “To love somebody” dei Bee Gees). E’ adeguatamente documentato il suo sguardo attento e curioso alle musiche del mondo: il reggae di U-Roy, ovviamente, e l’ipnotica onda caraibica della chitarra di Ernest Ranglin accompagnata dalla voce di Baaba Maal, ma anche la cumbia colombiana di Andres Landeros e il techno-raï algerino di Rachid Taha (in una versione “combat rock” di “Rock the casbah”). E così il suo accidentato percorso artistico: dal pub rock dei 101ers (il singolo “Keys to your heart”, ben noto ai fan) ai Mescaleros, passando per gli estemporanei Latino Rockabilly War, la bella colonna sonora latin Western di “Walker” e naturalmente i Clash, con qualche chicca da collezionisti: i demo sporchi e rauchi di “White riot” (Joe che ansima e sputacchia le prime strofe senza accompagnamento strumentale, come nel film “Rude boy”) e di “I’m so bored in the USA”, e un funk rock inedito, “(In the) Pouring rain”, che sopravvisse giusto lo spazio di alcuni concerti quando la formazione, orfana di Headon e di Mick Jones, naufragava verso un malinconico tramonto. Un melting pot che odora di strada e di mercati, in una babele di lingue differenti, come quella che anima ogni giorno i quartieri di North London da lui frequentati in vita, “da Willesden a Cricklewood”: titolo del perfetto brano di chiusura, uno dei quadretti più ariosi e poetici che il Nostro abbia mai scritto, qui giustamente recuperato dall’oblìo del disco che lo conteneva in origine, “Rock art and the x-ray style”. Strummer su quelle strade non cammina più (o forse sì, chissà). Qui però respira forte la sua voce, la sua musica, il suo humour (“Scrivete che sono il ‘signore della guerra del punk”, risponde spiazzando i tipi di Mtv che gli chiedono quale didascalia desideri sotto il suo nome per una video intervista), la sua passione commovente. Al di là delle pose da rock star o da eroe perdente lui ci credeva davvero, quando diceva che il futuro non è stato ancora scritto, e che “senza la gente, non sei nessuno” (a sentirglielo dire al microfono, la voce roca e affannata, corre un brivido autentico). E’ stato, forse, l’ultimo genuino missionario del rock’n’roll (Bono, scusatemi, è un’altra cosa) e per questo è indimenticabile. Non bastasse, ascoltare questo disco è una grandissima goduria.



(Alfredo Marziano)
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