«THE CRANE WIFE - Decemberists» la recensione di Rockol

Decemberists - THE CRANE WIFE - la recensione

Recensione del 01 feb 2007

La recensione

Arrivano da Portland, Oregon, città di mare e di immense librerie, di birra e caffè letterari, di rose e clima temperato, di pioggia e geometrica pianificazione urbanistica: tutte cose che, in un modo o nell’altro, hanno cittadinanza nelle loro musiche e nei loro testi. Colin Meloy, il cantante e autore delle canzoni, è paffuto, occhialuto, con una faccia buffa e cinematografica da nerd di provincia, di quelli che al campus universitario se ne stavano chiusi nella loro cameretta a leggere, fantasticare e strimpellare la chitarra invece di fare sport, sbronzarsi e portarsi a letto le studentesse più carine; gli altri quattro (cinque, quando sono in tour, con due ragazze in formazione) vestono e si muovono come fossero indecisi tra l’Ottocento e il Ventunesimo Secolo. Sono una American Band a tutti gli effetti, ma con quel tocco di stralunato surrealismo e di ironico intellettualismo che nel Midwest sarebbe inconcepibile e fuori luogo. Prendono il nome, tanto per dire, da un’insurrezione militare fallita nella Russia zarista del diciannovesimo secolo, guardano con curiosità all’Europa e ai Balcani, prendono spunto per il titolo e buona parte del nuovo album da una fiaba giapponese in cui una gru ferita si trasforma in donna, guarita dall’amore di un uomo che romperà l’incantesimo per la sua irrefrenabile curiosità. Divertenti e originali (per questo, forse, piacciono tanto al popolo di YouTube e MySpace): chi altri potrebbe mettere nello stesso disco i R.E.M. di “Reckoning” (“Yankee bayonet”, ospite la voce di Laura Veirs) e i Genesis di “Nursery cryme”? Ascoltare, per credere, i 13 minuti abbondanti della suite “The island”, progressive folk che evoca i Jethro Tull (nelle chitarre acustiche), i fraseggi classicheggianti di Tony Banks e Keith Emerson (nelle scale d’organo di Jenny Conlee), persino la nostra PFM e altro ancora. Ma senza sforzo, senza spocchia, con naturale spontaneità. Si divertono un mondo a citare, i Decemberists (i Talking Heads e la vecchia Madchester nei ritmi danzanti di “The perfect crime # 2”, gli Zeppelin di “No quarter” e la psichedelia garage in “When the war came”, spesso e volentieri il folk rock britannico anni ‘60), amano la melodia e i crescendo (“The crane wife”, spezzettata e sparpagliata in tre movimenti, “Sons & daughters”), i canti marinari e le murder ballads, le filastrocche per bambini e i racconti horror (“Shankill butchers”, storia vera dei massacri di cattolici perpetrati nell’Irlanda anni ’70 da una banda di psicopatici lealisti protestanti). Ma soprattutto scrivono, cantano e suonano canzoni pop fresche e fragranti, rievocando i tempi del miglior college rock americano primi anni ’80 (non solo i primi R.E.M. ma anche i 10,000 Maniacs di Natalie Merchant: “Summersong”, “O Valencia!”, il singolo che rielabora la tragedia romantica di Romeo e Giulietta). Messi sotto contratto dalla Capitol, non capitolano. Anzi, il tempo e il budget a disposizione, rispetto ai tre dischi indipendenti che hanno preceduto “The crane wife”, permettono a loro e al produttore Christopher Walla (membro dei Death Cab for Cutie) di attingere a un pozzo di suoni più profondo, un corredo più ampio di colori pastello con cui decorare i loro album di foto ingiallite, le loro figurine esotiche e d’altri tempi (si veda il delizioso sito Internet illustrato da Carson Ellis, compagna di Meloy) sempre viste dalla prospettiva un po’ ingenua e incantata del Nuovo Mondo: dandoci dentro (soprattutto il multistrumentista Chris Funk) non solo con chitarra basso e batteria ma anche con le fisarmoniche, i violoncelli, i bouzouki, i glockenspiel, gli organi a pompa, i banjo, i dulcimer, le ghironde. Elettrici e preindustriali, improbabili come un gruppetto di austeri Hamish a spasso tra le luci e i colori di uno shopping mall. A vincere è sempre la loro squisita leggerezza: le loro canzoni grondano sangue, zeppe come sono di guerre, terrore e morti ammazzati, eppure è tutta una soave illusione e “The crane wife” è uno dei dischi più lievi, piacevoli e accattivanti di tutto il 2006 (peccato essersene accorti troppo tardi per il referendum di fine anno).

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. The crane wife 3
02. The island (Come and see – The landlord’s daughter – You’ll not feel the drowning)
03. Yankee bayonet (I will be home then)
04. O Valencia!
05. The perfect crime # 2
06. When the war came
07. Shankill butchers
08. Summersong
09. The crane wife 1 &2
10. Sons & daughters
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