«THE GOOD THE BAD AND THE QUEEN - The Good The Bad And The Queen» la recensione di Rockol

The Good The Bad And The Queen - THE GOOD THE BAD AND THE QUEEN - la recensione

Recensione del 16 gen 2007

La recensione

Brucia ancora, Londra, ma a fuoco lento. Con impotente rassegnazione, con sommessa indignazione, un bisbiglio che copre rabbia, urla, chitarre e ardori giovanili. Detto in un altro modo: assomiglia poco ai primi Blur, e ancor meno ai Clash, questo disco del “supergruppo” senza nome che gioca con i riferimenti a Morricone e alla più inossidabile delle istituzioni britanniche. Almeno in apparenza, perché poi sotto sotto… Miscelando nella stessa ampolla i geni di Damon Albarn e quelli di Paul Simonon, aggiungendoci un pizzico di Verve (Simon Tong) e l’afrobeat di Tony Allen (il batterista storico di Fela Kuti), uno si aspetterebbe chissà quali deflagrazioni. Botti e scintille, lapilli e lava incandescente. Invece la loro musica è un modello di British understatement , giocata in sordina e a passo felpato su una sequenza di canzoni quiete e malinconiche, melodiche ma dai contorni sempre un po’ sfocati (“blurred”, si potrebbe dire appunto in inglese). Musica “spaziosa”, come tengono a sottolineare gli stessi protagonisti, a maglie larghe, con un ritmo quasi sempre bradicardico, e molta aria (plumbea) da respirare. Ognuno porta il suo stile, timbra il suo marchio, ma sottovoce, senza strafare: le chitarre di Tong, vaso di coccio, forse, in mezzo a tre vasi di ferro, restano spesso sottotraccia, a parte qualche bell’arpeggio acustico. Le percussioni di Allen, una piovra dalle cento braccia, sono un esemplare campionario di leggerezza e flessibilità poliritmica, in “levare” molto più che in “aggiungere” (solo in “Three changes” salgono in alto nel missaggio), mentre il redivivo Simonon cava dal suo basso Fender il pulsare cupo e profondo del reggae/dub da lui tanto amato (“History song”), e le sue quattro corde si fanno spesso sentire in primo piano a fianco dello stridulo piano verticale, modello Tin Pan Alley, di Albarn. E’quest’ultimo, a dispetto della presenza carismatica dell’ex Clash, il capitano del gruppo, con la sua voce monocorde, esausta e piena di spleen, la sapienza pop che emerge solo dopo ascolti ripetuti. E il background, le “radici”, il passato glorioso? Sopravvivono nel look elegantemente studiato della band, giacche scure e borsalino in testa (come ai tempi di “Sandinista!”), nell’immaginario londinese fino al midollo (ricordate? “Westway to the world” era il vecchio motto), in certi scenari singolarmente immutabili o quasi: vent’anni fa la guerra da operetta delle Falkland, poi Sarajevo, oggi l’Iraq. E un popolo (“Kingdom of doom”) che cerca di dimenticarsene alzando i boccali al pub ogni venerdì sera (potremmo essere anche noi, ubriachi di gossip e stupidaggini davanti alla tv o impegnati a stordirci in qualche “happy hour”). Albarn, qui, scrive nel solco di una tradizione forte e consolidata: nel testo, e non solo, si sentono echi di “London calling” e della “Ghost town” degli Specials (lo stesso vento raggelante che sibila sullo sfondo…), i cantieri navali in fermento di “Shipbuilding” (Costello) e i “rumori di guerra” cantati da Billy Bragg. Con l’aggravante che non si sa neanche più da che parte stare, ora che laburisti e conservatori sono diventati quasi la stessa cosa. Ci sono altri ricordi della “‘80’s life”, per esempio nella canzone omonima: ma ad Albarn e soci piace rimescolare le carte e dentro ci infilano i Fifties, i terzinati e i cori doo wop improvvisati agli angoli delle strade. Poi arrivano gli anni ‘60, nel ritornello di “Northern whale” che ricorda tanto quello di “As tears go by”, e l’organetto di “Green fields” rimanda ancora più indietro, a vecchi luna park che odorano di legno e di zucchero filato. Ma questo non è un disco rètro, tutt’altro: complice la produzione di Danger Mouse, questa è musica assolutamente (post)moderna e onirica, che ricicla frulla rigurgita e poi sputa fuori qualcosa di poco sentito, con il solo difetto di una certa omogeneità monocromatica, un grigio polveroso da vecchi magazzini abbandonati. Fino a quell’inatteso e impetuoso crescendo finale della title track, “il sole che rispunta dalle nuvole” e la gente che rompe finalmente la barriera del silenzio. Ci crede davvero, Albarn, o cerca consolazione rifugiandosi nei sogni?

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. History song
02. 80’s life
03. Northern whale
04. Kingdom of doom
05. Herculean
06. Behind the sun
07. The bunting song
08. Nature springs
09. A soldier’s tale
10. Three changes
11. Green fields
12. The good, the bad and the Queen
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.