«FUOCHI FATUI D'ARTIFICIO - Virginiana Miller» la recensione di Rockol

Virginiana Miller - FUOCHI FATUI D'ARTIFICIO - la recensione

Recensione del 09 nov 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Avere un'identita è tanto fondamentale quanto difficile. Essere se stessi, senza scimmiottare qualcun altro: in campo musicale, sopratutto in Italia, non sono in molti a seguire questa strada, perchè non paga. E' lo stesso meccanismo imperante nella discografia che favorisce i cloni: trovato un modello di successo, lo si replica all'infinito.
Capita così di ascoltare band come i Virginiana Miller, che non somigliano a niente altro, e apprezzarle ancora di più, anche se poi rischiano di rimanere un nome per pochi. La loro è una musica troppo intelligente per piacere alle masse, troppo particolare per pensare che imiti qualcuno, o che qualcuno la imiti (anche se recentemente i Baustelle hanno ottenuto una meritatissima visibilità con una proposta per certi versi analoga).
i Virginiana Miller sono in giro da più di dieci anni, “Fuochi fatui d'artificio” è il loro quinto disco, il primo dopo 3 anni e mezzo, da “La verita sul tennis”. Questo per dirvi che non sono dei pivellini, anzi. Da anni scrivono dischi dai titoli geniali come questi ultimi due (anche se il migliore rimane quello dell'album d'esordio, “Gelaterie sconsacrate”), e da anni scrivono canzoni che hanno un linguaggio tutto loro. Simone Lenzi è forse una delle migliore penne musicali italiane, per come riesce a mandare a quel paese le radicate distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, parlando di “Uri Geller”, del “C64” (uno dei primi home computer con cui i ragazzini degli anni '80 hanno scoperto cos'erano i videogiochi) ma anche di Montale, Leon Battista Alberti, Marx. Ma le canzoni dei Virginiana Miller sono delle belle storie a se stanti, godibili indipedentemente dai riferimenti originali.
“Fuochi fatui d'artificio” non fa eccezione, anzi: è il segno di una crescita da “La verità sul tennis”, con canzoni che si dividono tra ballate, alcune avvolgenti e più cantautorali, altre più cupe e introspettive (come “La sete delle anime”, che parte dalla scoperta del petrolio da parte di Alessandro Magno, per arrivare alla morte di Enrico Mattei, il petroliere di stato degli anni '60) a brani più solari come l'1-2 iniziale (appunto “Uri Geller” e “C64”) che parlano di persone e oggetti passati senza una traccia di nostalgia.
Insomma, “Fuochi fatui d'artificio” è, a suo modo, un piccolo capolavoro, originale e geniale, divertente e intelligente allo stesso tempo.

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