«THE CAPTAIN AND THE KID - Elton John» la recensione di Rockol

Elton John - THE CAPTAIN AND THE KID - la recensione

Recensione del 12 ott 2006

La recensione

Malgrado iTunes e la musica digitale remino contro, il concept album è un esercizio ammesso dalla liturgia pop di questi anni di riflusso, non più una bestemmia come ai tempi del punk. Altrettanto lo è il desiderio di guardarsi indietro che coglie una generazione di baby boomers in parabola discendente: e se è vero che la massima del “non ci sono più i dischi di una volta” mette una certa tristezza, in casi come questo lo sguardo nello specchietto retrovisore è più che salutare.
L’idea di completare, a distanza di 31 anni, il ciclo autobiografico di canzoni di “Captain Fantastic and the brown dirt cowboy”, primo numero uno in America di mr. Reginald Dwight, è sbocciata al manager Merck Mercuriadis sul terreno fertile e bonificato delle ultime produzioni del Nostro: che dai tempi di “Songs from the West Coast” (2001) si è rimesso a rifare, a sprazzi, musica dignitosa. Nelle note di copertina del sequel che abbiamo per le mani sir Elton dice di aver tratto nuova ispirazione da Scissor Sisters, Killers, Rufus Wainwright e Ray Lamontagne, ma l’honky tonk piano che saltella agile e solitario fin dalle primissime battute fa venire in mente lui e lui soltanto (o forse Randy Newman). Suona altrettanto familiare lo stile dei suoi accompagnatori che sono quelli di sempre, Nigel Olsson alla batteria e ai cori, Davey Johnstone agli strumenti a corda e alla direzione musicale. Per non dire di Bernie Taupin, che a lui sta come Hal David stava a Burt Bacharach, Gerry Goffin a Carole King o Mogol a Battisti, se preferite. Un autore di testi criticabile e criticato quanto si vuole, in passato, ma uno che il suo giardino di parole lo sa curare, coltivare e far fiorire come pochissimi altri, oggi che quella particolare specializzazione artigianale è andata quasi del tutto perduta. Lui ed Elton sono stati il “bread and butter”, il pane & burro di certo pop anni Settanta: l’inseparabile contraltare l’uno dell’altro, zeppe glam e stivaloni da cowboy, uno a cavalcioni del pianoforte a coda e l’altro in sella al cavallo (la passione di Bernie, si veda la copertina), “un’anima metropolitana in un bell’abito di seta/e un cuore laggiù nell’Ovest in camicia Wrangler”. Ne hanno vissute e passate tante, insieme, e qui decidono di riprendere il filo del discorso da dove l’avevano lasciato: lo sbarco a bocca aperta e i sensi inebriati nell’America di Steve McQueen e di Walt Disney, del Vietnam e del Watergate (“Postcards from Richard Nixon”). Poi entrano in scena, e altrettanto rapidamente ne escono, promoter italiani che masticano sigari e boss radiofonici che infilano polverina bianca nel naso (“Just like Noah’s ark”), la New York crudele e irresistibile, l’inferno della droga e delle giornate a persiane abbassate (“tre giorni a nutrirsi di vino e cocaina” canta Elton su “And the house fell down” galoppando su uno sbarazzino e ingannevole ritmo ragtime), gli amori sciupati e quelli che durano una notte, la maledizione dell’Aids e il ricordo degli amici perduti (“Blues never fade away”, che rievoca Gianni Versace rimpiangendo John Lennon e la sua risata), finché i due si trovano a ricordare quel “vecchio ‘67” e una Londra da morir di freddo mollemente affacciati, oggi, sui dolci declivi della Costa Azzurra. Sono le mirabolanti avventure di Elton & Bernie. Che oggi hanno la pancia piena e la fame non sanno più cosa sia, ma certe volte la nostalgia e i ricordi degli slanci giovanili ti pizzicano lo stomaco quasi con la stessa ferocia: e così queste canzoni asciutte per voce, piano e poco altro (una slide qui, un coro angelico là, chitarre e sezioni ritmiche discrete), registrate in presa diretta in un teatro di Atlanta, ci restituiscono una vitalità e una voglia che pensavamo non facessero più parte del corredo di Sir Elton. Belle melodie, un po’ di gospel, un tocco di boogie rock, un pizzico di country (“I must have lost it on the wind”), tante citazioni e un piccolo mistero presto risolto (nel booklet sono riprodotti i testi di due canzoni fantasma: una, “Across the river Thames”, è disponibile come download o bonus track in alcune edizioni del cd; l’altra, “12”, strizza l’occhio a “Dogs in the kitchen”, testo senza musica incluso proprio sul vecchio “Captain Fantastic…”). Manca il pezzo memorabile, da urlo o da brividi lungo la schiena. Ma uno dei migliori, “Tinderbox”, ricorda senza false modestie come i due, insieme, abbiano saputo fare scintille. E anche se non ci siamo mai vestiti da Paperino, non abbiamo frequentato Lady D o sniffato coca sugli specchi del bagno qui in fondo c’è anche un po’ della nostra vita, ai tempi in cui la musica ce la cambiava per sempre.

(Alfredo Marziano)
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