«LEONARD COHEN: I'M YOUR MAN - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - LEONARD COHEN: I'M YOUR MAN - la recensione

Recensione del 27 set 2006

La recensione

Un disco, un film documentario diretto dall’australiana Lian Lunson e coprodotto da Mel Gibson, prima ancora uno spettacolo dal vivo (“Came so far for beauty: An evening of Leonard Cohen songs”) andato in scena nel 2004 al Dome di Brighton e l’anno successivo alla Opera House di Sydney. “Leonard Cohen – I’m your man”, il cd, è solo la tessera di un mosaico e un po’ lo si percepisce, perché ad ascoltarlo si ha come la sensazione che manchi qualcosa. Che per carpire il meglio, i momenti più sinceri ed emozionanti, sia necessario scrutarli in azione sul palco, magari anche dietro le quinte, i protagonisti di questa che ha tutta l’aria di una riunione di carbonari. Lo è, infatti: Hal Willner, ancora lui, che solo poco tempo fa avevamo trovato al comando della nave pirata di “Rogue’s Gallery”, ha arruolato per il suo tributo al più enigmatico dei Grandi Canadesi più o meno la stessa ciurma. Riecco dunque i concittadini Wainwright/MCGarrigle, riecco una rappresentanza dei Thompson (nel disco c’è Teddy, ma che fine ha fatto mamma Linda?), riecco Cave e Cocker (Jarvis) con in più due signore, Perla Batalla e Julie Christensen, che con Cohen hanno condiviso palcoscenici e studi di registrazione. Poche star di grido, come si vede, a parte gli U2 che duettano con l’autore nella versione conclusiva, registrata in studio, di “Tower of song”, quietamente ritmica, lievemente elettronica ma non trascendentale se si esclude la voce catramosa del settantaduenne vecchio saggio di Montreal. Una concessione al mercato, un fischietto di richiamo per i media, forse. L’unico, però, perché il resto del cast è qui per provata affinità elettiva, se non proprio musicale, con il mondo poetico di Cohen. Dopo Dylan, è forse lui l’autore più tradotto, interpretato, anche travisato del dopoguerra. Ma Willner non sembra curarsene troppo, correndo con i suoi interpreti il rischio (calcolato?) di un déjà vu. Come si trattasse di una stessa scena ripresa da angolazioni diverse, “Tower of song” è anche il titolo che apre il programma, stavolta nella versione nervosa, smilza, singhiozzante, prevalentemente acustica di Martha Wainwright: scelta azzeccata, perché la giovane canadese (anche nella successiva “Traitor”) sa trasmettere un’inquietudine esistenziale e un senso di drammatica teatralità in linea con il copione. Quando è sotto la tutela di mamma e zia, Kate & Anna McGarrigle, Martha canta invece con molta più compostezza, ed ecco sgorgare dalle tre belle ugole l’antica “Winter lady” (stava sul primo album di Cohen, datato 1967), che diventa un delicato carillon musicale, una eterea carola natalizia. Fratello Rufus, vibrante e impeccabile in “Chelsea hotel no. 2”, più piacione in “Everybody knows” versione tango mitteleuropeo, sembra il più a suo agio di tutti, e con lui Antony (la sua “If it be your will” è forse il top assoluto del disco): le loro voci pure e femminee rendono bene quella sacralità profana, quell’erotismo sofferto che ha sempre reso queste canzoni così speciali. Teddy Thompson se la cava discretamente in una “Tonight will be fine” adatta alle sue corde malinconiche, sfoderando un insospettato brio rhythm&blues in “The future”, uno dei pezzi più recenti in scaletta (1992…), per fortuna liberato dalle ingombranti catene dell’arrangiamento originale. Jarvis Cocker affronta “I can’t forget” accompagnato da un ritmo galoppante e da una sinistra “sega musicale”, mentre Beth Orton e Handsome Family optano per suoni monastici e spettrali; la ragazza inglese con una voce ipnotica e increspata che contrasta bene con l’angelico controcanto (“Sisters of mercy”), il duo di Albuquerque trasferendo la solitudine newyorkese di “Famous blue raincoat” nelle Grandi Pianure. Cave, naturalmente, è il più “coheniano” di tutti, e con la sua aria da crooner debosciato e una voluttuosa sezione fiati alle spalle fa di “I’m your man” un jazz blues da club malfamato. Alle prese con il monumento “Suzanne”, però, sembra irrigidirsi pure lui e “Bird on a wire”, nell’interpretazione virtuosistica e countreggiante della Batalla, perde molto della sua leggerezza e del suo mistero. Si fatica a trovare il pezzo memorabile, Rufus e Antony a parte, e Willner ha fatto di meglio in passato. Ma si apprezza il senso di calda intimità familiare, e tutto suona comunque “Sincerely, L. Cohen”, come vuole la firma posta in calce a “Famous blue raincoat”.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Tower of song – Martha Wainwright
02. Tonight will be fine – Teddy Thompson
03. I’m your man – Nick Cave
04. Winter lady – Kate and Anna McGarrigle, Martha Wainwright
05. Sisters of mercy – Beth Orton
06. Chelsea hotel no. 2 – Rufus Wainwright
07. If it be your will – Antony
08. I can’t forget – Jarvis Cocker
09. Famous blue raincoat – The Handsome Family
10. Bird on a wire – Perla Batalla
11. Everybody knows – Rufus Wainwright
12. The traitor – Martha Wainwright
13. Suzanne – Nick Cave, Julie Christensen, Perla Batalla
14. The future – Teddy Thompson
15. Anthem – Perla Batalla, Julie Christensen
16. Tower of song – Leonard Cohen, U2
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