«RATHER RIPPED - Sonic Youth» la recensione di Rockol

Sonic Youth - RATHER RIPPED - la recensione

Recensione del 19 set 2006 a cura di Davide Poliani

La recensione

Forse il problema non sta nel disco (onesto, ben suonato e ben prodotto, come nella tradizione degli splendidi quarantenni di New York City), ma in quello che ci si aspetta dai Sonic Youth.
Fa infatti un effetto strano, "Rather ripped", nuova fatica sulla lunga distanza dei coniugi Moore e compagni che arriva a due anni esatti dal precedente "Sonic nurse": senza più Jim O'Rourke in squadra, i quattro tornano a concentrarsi sulle sei corde, senza - però - tormentarle più con bacchette e cacciaviti, ma tessendo armonie curate e, in un certo senso, prive di quel senso di minaccia incombente che caratterizzava i loro album più "pop oriented" dati alle stampe negli anni Novanta.
Un gran lavoro sulle accordature, quindi, sulle melodie di chitarra e di voce, con una sempre ottima Kim Gordon, che firma col suo cantato uno dei migliori capitoli di questo disco, quella "Reena" alla quale spetta il compito di aprire le danze: ma anche una netta scelta artistica, ovvero quella di dare alle composizioni la veste di "canzoni", limitando in maniera drastica le incursioni chitarristiche e le digressioni noise alle quali i nostri ci avevano abituati e fatti affezionare. Una mancanza tattica, certo, che - ad onore del vero - incuriosice anche, convogliando l'attenzione di chi ascolta più sul "pezzo" che sull'atmosfera: ed è forse questo l'aspetto più coraggioso di "Rather ripped", l'ennesima sfida che i quattro patriarchi dell'indie rock a stelle e strisce hanno lanciato ai propri fan.
L'"effetto strano" al quale si accennava prima, però, si avverte quando - ascoltando il disco con orecchie diverse da quelle che si usano solitamente per consumare un Cd targato Sonic Youth - si avverte una spinta eccessivamente cerebrale nella composizione, che - privata dell'apporto fornito dalla furia e dall'istinto iconoclasta che da sempre li accompagna - rischia di lasciare un po' freddi. Del resto, che la compagine di Thurston Moore lavorasse su coordinate lontane da quelle frequentate dalla maggioranza delle band alt-rock in circolazione, non stupisce nessuno: solamente, lascia spaesati vedere i nostri attraversare tredici tappe senza troppe salite e discese, senza esplosioni e senza quel corredo di trovate che siamo ormai abituati ad associare alla firma della gioventù sonica. A questo punto, starà solo a loro far pendere l'ago della bilancia dall'una o dall'altra parte: se "Rather ripped" rappresenterà il canto del cigno del gruppo, prima di diventare icone in pensione consumate dalle citazioni degli epigoni nei dischi e nelle interviste, allora preferiremo ricordarceli com'erano tanti anni fa, quando facevano strage di corde torturando gli strumenti in tutti i modi possibili ed immaginabili. Se invece questo Cd rappresenta il primo passo di maturi e talentuosi rock "over quaranta" verso qualcosa di nuovo, di bizzarro o di insolito (almeno per loro), allora non ci rimane che attendere. Perché dai quattro di New York è lecito aspettarsi di tutto, nel bene o nel male.

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