Il clima spagnolo ha certamente molto a che fare con l’atteggiamento pigro e rilassato di Rouse: che indulge volentieri in intimistici arpeggi acustici da camera da letto (non a caso ha chiamato proprio così, “Bedroom Classics”, la sua etichetta), appena increspati da piccole onde di disco music e bossa nova, Chic e Astrud Gilberto, febbriciattole del sabato sera e ragazze abbronzate sul bagnasciuga. “Quiet town”, il pezzo iniziale che capita persino di ascoltare in qualche radio “adult oriented” italiana, detta subito il mood al disco intero: sonnacchioso, dolcemente ubriaco di sole e di romantici, nostalgici tramonti. E su un tappeto di fingerpicking acustico, fischiettii vocali e archi passeggeri, spiega per filo e per segno lo stato mentale del suo autore: “Ho vissuto in metropoli dove non esiste la solitudine/lì mi sono fatto degli amici che spero di non perdere mai/ma per il momento voglio restarmene in una città tranquilla”. L’America fa ancora parte del suo paesaggio emotivo, c’è Detroit nella storia di tradimento di “Jersey clowns” e c’è la baia di San Francisco sullo sfondo del funk brasilero di “His majesty rides”, e poi le estati si assomigliano un po’ dappertutto, fra tè freddi sorseggiati a bordo piscina, dischi di Prince, “sigarette, calze tubolari, scottature solari e lunghi capelli biondi”. Troppo languore, troppa sdolcinatezza? In effetti Rouse sembra aver alleggerito ancora il suo peso specifico, rispetto a quei due gioiellini di easy pop che furono i suoi due dischi precedenti,“1972” e “Nashville”. Sussurra e non grida mai, accarezza e non scuote, lascia miagolare la pedal steel di Pete Finney sullo strumentale “La Costa Blanca”, un po’ spaghetti western e un po’ il Gerry Rafferty di “Baker street”, intreccia con la voce esile di Paz Suay intimi dialoghi alla Prefab Sprout (“The man who…”), e con il produttore di fiducia Brad Jones, anche bassista e pianista, lascia essiccare i suoni ai raggi del sole fino a farli quasi evaporare. Ci sa sempre fare: il testo più elementare del disco, “Wonderful”, lo spinge a disegnare nuvole musicali imprendibili e intriganti, le cicatrici non sono rimarginate (“It looks like love”, “Givin’ it up”) ma non fanno più male. Josh s’è preso una vacanza, e nella calura estiva anche un pareo leggero come “Subtítulo” ci può stare. Poi, ai primi freddi, sarà il caso, noi e lui, di tornare a indossare qualcosa di più caldo e avvolgente.
(Alfredo Marziano)