«TRADIMENTO - Fabri Fibra» la recensione di Rockol

Fabri Fibra - TRADIMENTO - la recensione

Recensione del 10 ago 2006 a cura di Nunzio Tomasello

La recensione

Sull’onda montante generata dal fenomeno Mondo Marcio, tocca ora al più scafato Fabri Fibra tentare l’assalto ai piani alti delle classifiche con un singolo a presa rapida come “Applausi per Fibra”, facile e accomodante quanto basta per far breccia nell’etere.
Certo è che Fabrizio Tarducci, questo il nome dell’uomo che si cela dietro alla sigla Fabri Fibra, è tutt’altro che un esordiente alle prime armi pronto ad obbedire agli appetiti della major di turno: alle sue spalle, un’adolescenza spesa a bazzicare i circuiti dell’hip hop più underground, la consueta trafila di autoproduzioni e collaborazioni più o meno illustri, due buoni dischi di rap scollacciato e intransigente (“Turbe giovanili” e “Mister simpatia”) e infine l'approdo in casa Universal. Una parabola che giunge oggi alla sua consacrazione con questo Tradimento, un album che certifica le enormi potenzialità “mainstream” del nostro senza per questo rinunciare al piglio ferocemente caustico di sempre. E difatti il rapping rimane sprezzante e sbrindellato, torrenziale e schiacciassi, uno scatafascio di parole snocciolate con faccia tosta e lingua biforcuta, ottimamente corroborate dagli ipnotici grooves allestiti da Fish (ex Sottotono). La carne al fuoco è tanta, e il rischio assuefazione (o indigestione, a seconda dei gusti) garantito da una sequenza di innodie rap sfacciate e fracassone, a cominciare da una più che esplicita dichiarazione d’intenti come “Rap in guerra” (“Se c’è una cosa che odio è il rap positivo/ quando penso che esisto già mi nausea essere vivo”), passando per lo sdegno generalizzato di Mal di stomaco, la misoginia senza remore di “Ogni donna” (così recita il personale teorema di Fibra, che parafrasa quello ben noto di Ferradini: “Prendi una donna normale e urlando trattala male/ falle capire che potresti anche impazzire per lei/ ma che purtroppo sei impegnato insieme ad altre 26”) o ancora il caracollare reggae de “La pula bussò” (la Bertè ringrazia), e siamo solo a un quarto del programma. Quanto al resto, è tutto un roboante florilegio di rime in caduta libera e ritmiche martellanti (“Su le mani”, “Rompiti il collo”, “Il triangolo si”, altri possibili singoli destinati ad occupare l’airplay), e poco importa se alla fine ciò che resta è solo un senso di confuso stordimento, uno spaccato di esistenzialismo hip hop sbracato e rabbioso che incarna alla perfezione un po’ tutti i tic e i cliché del genere: ribellismo e disimpegno, omofobia e machismo, imprecazioni e sussulti ormonali (e sì che il rap è poesia urbana, grezza e poco propensa alle raffinatezze linguistiche, epperò certi fraseggi sono sinceramente imperdonabili).
A giudicare dal tenore dei suoi affondi, pare che Fibra ce l’abbia un po’ con tutto e tutti: con l’imperante stupidità dei media (“Tutti matti”) e delle mode (“Ogni donna”), con la guerra in Iraq (“Sono un soldato”), con il fondamentalismo religioso (“Il mio Dio e il tuo Dio, qual è il Dio farlocco/ sembra quasi che nel mondo ci sia un Dio di troppo”), con le ragazze dai facili costumi (“Coccole”), e persino con lo snobismo ipocrita dei suoi stessi fan (“Vaffan***o scemo”). In realtà, fra un insulto e l’altro, c’è anche spazio per qualche sprazzo di sincero autobiografismo (“Idee stupide”, con tanto di archi a punteggiare un canto finalmente ammansito) e una buona dose di sana autoironia, tanto da potersi permettere una sorta di sberleffo meta-rap assai poco conciliante come questo: “Benvenuti a tutti nel mondo Fibra/ dove ogni rima che senti è troppo figa/ ma le rime non mi mandano in hit parade quindi cosa ti agiti, che paura/ se il mio rap più che rap è una montatura/ La mia vita ha carenza di fantasia e questo nuovo disco è un flop sicuro/ se lo compri pulisci un po’ di più il mio culo”. Un attestato di cinismo che finirà per far storcere il naso a una cospicua schiera di benpensanti (e chissà quanto Fibra si compiaccia nell’immaginare le nostre reazioni stizzite), ma che senz’altro dimostra l’assoluta sincerità del nostro. Piaccia o non piaccia, almeno di questo bisogna rendergli atto.

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