«WE SHALL OVERCOME THE SEEGER SESSIONS - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - WE SHALL OVERCOME THE SEEGER SESSIONS - la recensione

Recensione del 19 apr 2006

La recensione

Ecco una bella, e magari inattesa notizia: Bruce Springsteen ha ancora qualcosa di nuovo da dire, a proposito della musica folk americana. Chiude il cerchio, e ci ricorda che un sentiero così ampio, lungo e tortuoso si può percorrere in tanti modi diversi. In perfetta solitudine, voce e chitarra, come nei tour di “Tom Joad” e di “Devils & dust”. Oppure con un piccolo battaglione di voci e strumenti, come succede in questa raccolta di classici e traditional innescata dalla partecipazione, nell’ormai lontano 1997, a un album di artisti vari in omaggio a Pete Seeger (si intitolava “Where have all the flowers gone”) e completata tra l’anno scorso e i primi mesi del 2006 nel corso di due rapidissime session giornaliere di registrazione, niente prove, arrangiamenti improvvisati e tutto consegnato ai posteri in presa diretta. Non c’è il Boss del rock&roll, in questo album. Piuttosto un capopopolo che incita e scalda una arruffata e irresistibile armata Brancaleone in cui ognuno indossa informalmente gli abiti che gli stanno più comodi, banjo e violino bluegrass, ottoni dixieland, cori gospel, washboard e contrabbasso da jug band. Funziona, per l’entusiasmo baldanzoso che ci mettono e per la forza intrinseca delle canzoni (tredici titoli nell’edizione americana, due di più in quella europea). Hanno tutte almeno cent’anni o giù di lì, eppure non lo dimostrano. Arzille, energiche, combattive, piene di speranza, attuali com’è sempre la musica che nasce spontaneamente, in ogni epoca, da genuini sentimenti popolari: in Scozia, in Irlanda o in America, tra marinai che soffrono la nostalgia di casa, operai che sgobbano sulle ferrovie magari lasciandoci la pelle, gente costretta a vagabondare in cerca di un lavoro, menestrelli di strada che favoleggiano di banditi che “rubano ai ricchi per dare ai poveri” e schiavi neri che sognano a occhi chiusi un futuro migliore. Cresciuto con Roy Orbison e Phil Spector Springsteen ci è arrivato gradualmente nel suo percorso a ritroso che da Dylan lo ha ricondotto a Guthrie e poi, appunto, a Seeger: l’attivista dei diritti civili e delle lotte sindacali che pur senza il talento e il carisma di Woody ha sempre avuto il fuoco dentro e una missione chiara in testa, preservare e rinnovare la tradizione popolare. Tutte comprese nel suo sterminato repertorio, queste sono canzoni davvero buone per tutte le stagioni e per tutte le epoche, se è vero che (come spiega il giornalista Dave Marsh in una analisi brano per brano che fa da utilissimo corollario all’ascolto) “Froggie went a-courtin’ ”, ripresa dagli stessi Guthrie e Dylan, la cantavano già i pastori scozzesi del Cinquecento; che “Mrs. McGrath”, nata in epoca di guerre napoleoniche, diventò l’inno dei patrioti irlandesi durante i moti insurrezionali della Pasqua del 1916; e che l’inno sacro di “Eyes on the prize”, incisa ancora da Dylan nel suo album di debutto del 1962 con il titolo di “Gospel plow”, diventò un “must” nei sit-in studenteschi degli anni ’60 e nei raduni dei movimenti antirazzisti. Non pensate però di entrare in un museo, ad ammirare belle statuine musicali imbalsamate o conservate in naftalina; anche perché Springsteen e la pittoresca congrega di New Yorkers messa insieme dalla violinista Soozie Tyrell (l’unica E Streeter a bordo, insieme alla moglie Patti Scialfa), scelgono un approccio spensierato, divertito, persino caciarone, mischiando spesso e volentieri le carte con scarso rispetto filologico. Rinforzato com’è dal tiro incrociato di sax, tromba, trombone e tuba, lo spiritual di “Oh, Mary don’t you weep” sembra arrivare dritto dritto dalla Preservation Hall di New Orleans, e “Pay me my money down” profuma anch’essa di Louisiana grazie al timbro cajun della fisarmonica: tanto più giusto che proprio dalla Crescent City sfregiata dall’uragano prenda il via, il 30 aprile, il tour che segue di pochi giorni la pubblicazione dell’album.




Tra square dances e minstrel songs , dustbowl ballads e canzoni di protesta, molti titoli sono ben noti ai cultori della American Music (“John Henry” e “Jacob’s ladder”, per esempio), e altri sono molto familiari anche al pubblico rock. “We shall overcome” su tutte, naturalmente, che qui è per contrasto riletta in versione intimista, quasi sussurrata: come se Bruce fosse trattenuto da un realistico senso di pudore, quando col suo coro canta un verso come “vivremo in pace/un giorno”. E poi la outlaw song “Jesse James”, già interpretata da Bob Seeger, Country Joe, Ry Cooder e tanti altri, o la bellissima “Shenandoah” che hanno cantato un po’ tutti, dai soldati della cavalleria americana a Van Morrison con i Chieftains. Musiche “da angolo della strada, da salotto, da taverna, da distese desolate, da circo, da chiesa, da fogne” scrive Bruce nelle note di copertina, e davvero non si potrebbe spiegare meglio il contenuto di queste “Seeger sessions”. Musiche per ballare e parole per pensare/non dimenticare, pessimismo della ragione e ottimismo della speranza serviti in un piatto unico. Bruce l’ha cucinato con la sua allegra compagnia nel salotto della sua casa colonica, condendolo con qualche bella bicchierata alcolica d’accompagnamento. Un palazzetto in cemento armato di fianco a un’autostrada non è proprio la stessa cosa: ma al Forum di Assago, il 12 maggio, ci sarà di sicuro di che divertirsi e scaldarsi il cuore.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

14. Buffalo gals (bonus track)
15. How can I keep from singing? (bonus track)
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