«4.6.02 CARNEGIE HALL - Ani DiFranco» la recensione di Rockol

Ani DiFranco - 4.6.02 CARNEGIE HALL - la recensione

Recensione del 26 apr 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Aveva detto che si sarebbe presa un anno sabbatico. Lei, che non sta mai ferma, che è sempre in tour, sempre al lavoro su un progetto diverso, e pubblica almeno un disco all’anno, come ai bei tempi andati della discografia.
Lo aveva detto e c’era da crederle, perché c’erano anche problemi fisici: una mano malconcia, che le impediva di suonare la chitarra come lei sa. Ani DiFranco ha mantenuto la promessa solo a metà. Perché è vero che è quasi un anno che non fa concerti. Ma per l’estate è atteso un nuovo disco di studio (registrato in questa pausa, o prima? Non si sa, con l’iperprolifica cantautrice). E, nel frattempo, si è messa a pubblicare “bootleg ufficiali”. Una pratica molto consueta, ormai: i Pearl Jam sono stati i pionieri del campo, ma vengono in mente anche Tori Amos o Elio e Le Storie Tese in Italia. Anzi, strano che una come lei, icona dell’indipendenza discografica, non ci fosse arrivata prima. Dopo averli venduti solo sul suo sito ufficiale, come spesso capita in questi casi, qualcosa viene immesso anche sul mercato "tradizionale": il prescelto è il primo della serie (8 titoli), registrato nell’aprile del 2002 alla storica Carnegie Hall di New York, nel corso del tour solista.
Fate caso alla data e al luogo e capirete la scelta: pochi mesi dopo l’11 settembre, Ani torna a far sentire la sua voce arrabbiata nella città ferita, che lentamente si sta riprendendo. La DiFranco è una che non ama ripetersi, e la scelta di suonare da sola dopo aver cambiato diverse formazioni in questo periodo è coraggiosa: voce e chitarra, ovvero quasi nuda sul palco, come è nata artisticamente.
Una scelta coraggiosa, che però in alcuni momenti mostra un po’ la corda: da un lato permette alla DiFranco di sfoggiare tutte le sue capacità chitarristiche (e si capisce perché, facendole male la mano, abbia deciso di fermarsi); dall’altro il suono alla lunga rischia di essere un po' monocorde. La scaletta, poi, comprende sì alcune grandi canzoni (“2 little girls” e “Out of range” su tutte), ma è forse un po’ più debole di quelle di altri “bootleg”. Se poi ci mettete i frequenti parlati e recitati (interessanti e belli, ma che sul disco alla lunga stancano), arrivate al risultato finale: “Carnegie Hall” è un bel disco live, ma non bellissimo come ci si poteva aspettare da una performer del genere. Forse, ma questo è un problema in generale dei dischi live, non rende giustizia fino in fondo all’occasione speciale in cui è stato registrato; o forse, semplicemente, soffre del difetto tipico dei dischi di cantanti iperprolifici: rischia di perdersi, tra troppe uscite.
Insomma: un buon disco live, destinato soprattutto ai (numerosi) fan della cantautrice. Per gli altri, meglio rivolgersi alla produzione di studio, o aspettare il nuovi disco di inediti, che arriverà a luglio.

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