«RINGLEADER OF THE TORMENTORS - Morrissey» la recensione di Rockol

Morrissey - RINGLEADER OF THE TORMENTORS - la recensione

Recensione del 31 mar 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

L’inattualità paga: l’essere fuori dagli schemi, fuori dal tempo e dalle mode ha ancora un senso, se si produce buona musica, si è credibili e in grado di scherzare sui propri limiti.
Morrissey, per esempio: la sua inattualità l’ha pagata cara. Dopo gli esordi scintillanti con gli Smiths, dopo i primi passi solisti la sua carriera era scivolata nell’oblio discografico. Fino al 2004, quando ritornò con il bellissimo “You are the quarry”, con un acclamato tour, e un bel disco live. Oggi il ritorno si consolida con questo nuovo album. Ed eccolo lì, a scherzare sul suo essere vecchio, con una delle copertine più belle dell’anno: suona il violino come un musicista classico, con una grafica che ricorda quella della Deutsche Grammophone: chissà che qualcuno non lo scambi davvero per un disco di musica “colta”…
Perché, a suo modo, Morrissey è un musicista classico: “Ringleader of the tormentors” è un disco che non sposta di un millimetro lo spettro sonoro praticato dal Nostro, ed è un bene, perché pochi come lui sanno scrivere e cantare. Registrato a Roma in compagnia del veterano produttore Tony Visconti (David Bowie), “Ringleader” è un disco di chitarre e di quei toni epici e lirici che solo la sua voce unica sa creare (sentitevi i gorgheggi che chiudono "The youngest was the most loved": a chi ha amato gli Smiths verranno i brividi). Il resto sono dettagli: anche la presenza di Ennio Morricone, che ha orchestrato “Dear God please help me”, passa tutto sommato inosservata, se non sulla carta; un dettaglio, piacevole, ma quello che conta sono le canzoni.
Insomma, “Ringleader of the tormentors” non dice nulla di particolarmente nuovo o alla moda. Ma lo dice con un tale fascino… Poi si può discutere se una musica così “old fashioned” possa ancora attecchire al di fuori dei nostalgici degli anni ’80. Ce lo si chiedeva già due anni fa, recensendo “You are the quarry”, e pare di poter dire che sì, funziona ancora. Morrissey non è ovviamente destinato a tornare quell’idolo che è stato alle sue origini, ma anche non glie ne frega niente di esserlo. Come tanti artisti, ha solo voglia di fare la sua musica, in modo dignitoso e convinto: e qua ci riesce benissimo, con ottimi risultati.

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