«THE ANIMAL YEARS - Josh Ritter» la recensione di Rockol

Josh Ritter - THE ANIMAL YEARS - la recensione

Recensione del 12 apr 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

L’Irlanda sembra sempre più un trampolino di lancio musicale, una terra di conquista per artisti inglesi ed americani: è successo a diversi di partire da lì per conquistare credibilità e attenzione. David Gray, per esempio, che stava cadendo nel dimenticatoio musicale, prima che il suo “White ladder” entrasse in classifica da quelle parti, per poi diventare uno dei bestseller del 2001-2002.
All'americano Josh Ritter è successo, in piccolo, qualcosa di simile: due dischi, uno più bello dell’altro, ma pubblicati da piccole etichette. Un tour in Irlanda con i Frames (gloria locale, uno dei “segreti meglio custoditi del rock”, si dice di loro), uno in Europa con l’irlandese Damien Rice (passò anche dall’Italia, lo scorso marzo). Risultato: in Irlanda diventa un nome in grado di fare sold-out ai concerti, mentre fuori lo conoscono in pochi. Poi gli successe un’altra cosa molto di moda, di questi tempi: una canzone in una fiction di grido (era “Six feet under”) lo fece notare a molta gente. Risultato: finalmente venne ripubblicato “Hello starling” dalla V2; ora, attorno a questo terzo disco solista “The animal years” c’è molta attesa.
A ragione: perché questo rischia di essere uno dei più bei dischi di cantautorato dell’anno. Il modello di Ritter è spesso Dylan, per la voce un po’ nasale e per la dizione un pò cantalenante. Ma, dalla sua, questo cantautore dell’Idaho ha la capacità assolutamente personale di costruire canzoni intense, arrangiate in maniera semplice ma efficace, che non stancano mai: ascoltatevi i nove minuti di “Thin blue flame”; vi sembreranno tre, e avrete voglia di rimettere su la canzone da capo. Poche volte capita di sentire canzoni così belle, costruite così bene. E quando capita non c’è non da gridare al miracolo, ma almeno bisogna fare la voce.
Non tutto è così bello in questo disco. Ma le canzoni sono belle tutte, nessuna esclusa: dall’iniziale “Girl in the war” alla finale “Thin blue flame”, Josh Ritter dimostra una maturità che sembra derivare da un lungo corso (invece è solo al terzo disco), e una capacità di scrittura impressionante. Come si dice in questi casi, “The animal years” forse non conterrà nulla di particolarmente innovativo, certo; ma ciò che contiene è buona, buonissima musica.

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