«GRAZIE - Gianna Nannini» la recensione di Rockol

Gianna Nannini - GRAZIE - la recensione

Recensione del 08 mar 2006 a cura di Paola Maraone

La recensione

Alla soglia dei 50 anni Gianna fa un bilancio – rock, e non solo - e ringrazia. I fan, gli amici che hanno creduto in lei, la vita, la musica. E pubblica quest’album, dieci tracce appena, per aggiungere un’altra tacca alla sua collezione di successi. Famosa per la capacità di scrivere musica “calda” e vera, che entra nell’anima come la sua voce sporca, dopo la parentesi di “Perle” (il meglio dei suoi brani rivisitati in chiave acustica) la Nannini torna agli inediti e al sound che l’ha fatta conoscere in Italia e nel mondo. Lo fa con maestria, com’è nel suo stile, e mette assieme una raccolta di canzoni pregevoli, che ben s’accordano al resto della sua produzione. Lasciando, però, la sensazione che qui dentro manchi qualcosa.
Proviamo con un’analisi canzone per canzone: la prima traccia, “Sei nell’anima”, è anche il singolo di lancio dell’album: un brano orecchiabile, molto – troppo – radio-friendly, al punto che potrebbe essere stato scritto da qualcun altro. Il successivo, “Possiamo sempre”, è forse il pezzo meno riuscito del disco: molto rock e molti stereotipi in un brano che inneggia all’autonomia e alla capacità di scelta, ma che di nuovo dice davvero poco, e che dal punto di vista melodico fa (solo) da sfondo agli urlati di Gianna. “L’abbandono” è una ballad più soft e gradevole, appoggiata su un tappeto di archi ed elettronica. Sicuramente riuscita “Grazie”, la canzone che dà il titolo all’album: melodica ma non sdolcinata. Anche se i testi, nonostante l’aiuto illustre di Isabella Santacroce (che compare in una manciata di altri brani), purtroppo non brillano per originalità: “Grazie del sole che è stato/ Tenerti vicino dentro di me/ Grazie di questo amore/ Senza paura più forte di noi”. Si cambia – letteralmente – musica con “Carezze”, l’unico brano non scritto da Gianna ma da Will Malone: qui le atmosfere si fanno più cupe che nel resto del disco, e questo, a conti fatti, è un bene. Aiutano anche le parole, opera di Pacifico: “Il tuo sorriso luccicò uno spiraglio piccolo/ Le braccia nodi da allentare”. Mentre il pezzo successivo, “Babbino caro”, ha liriche introspettive in armonia con il tema (la canzone è dedicata al padre della Nannini, guarito dopo una lunga malattia) epperò in contrasto con la musica, molto, molto rock. All’acustica “Treno bis”, non proprio spensierata (“In questo treno l’inverno sono io”) segue la più solare e leggera “Io” (di nuovo i testi della Santacroce), e poi un brano che alla Gianna nazionale calza a pennello fin dal titolo: “Mi fai incazzare”. Ma il pezzo più bello del disco è l’ultimo: s’intitola “Alla fine” e – davvero finalmente - dà il giusto risalto alla voce di Gianna, e ha una linea melodica intensa e interessante. Ci fossero altre canzoni all’altezza di questa, il disco sarebbe un capolavoro.

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