«MTV UNPLUGGED - Bryan Adams» la recensione di Rockol

Bryan Adams - MTV UNPLUGGED - la recensione

Recensione del 01 gen 1998

La recensione

I puristi del rock hanno un rapporto assai difficile con certi personaggi. Quando qualcuno flirta troppo a lungo con i vertici delle classifiche, specie quelle dei singoli, scatta una sorta di diffidenza parente stretta dell'ostilità. Inutile nascondere che Bryan Adams è uno di questi personaggi. Tante colonne sonore, tante ballate un po' troppo zuccherine ne hanno annacquato l'immagine di rocker, che rimane aggrappata all'album con cui si impose prepotentemente all'attenzione del mondo, "Reckless". Da quel disco miracoloso in poi, la strada del piccolo canadese è sempre stata più sensibile alle possibilità delle ballate melodiche alla "Heaven" che ai proclami tipo "Kids wanna rock", e le hit-parade gli hanno dato ragione, tanta ragione. Tuttavia, quello che Adams ha guadagnato in dollari canadesi ha perso in credibilità. Dagli anni '80 in poi ha sacrificato (o perso per strada) la sua capacità di produrre del buon rock "a presa rapida", e si è concentrato sulle potenzialità economiche da capogiro di una voce ruvida su una dolce melodia (Rod Stewart e Bon Jovi ne sanno qualcosa) nonchè sulla magia del cinema: tre sue canzoni scritte con uno stampino d'oro hanno venduto cataste di dischi: "(Everything I Do) I do it for you", "All for love" e "Have you really loved a woman?" Con tutto questo, oggi Adams ha un ottimo rapporto con il grande schermo e la piccola radio, ma un po' meno con le radici rock. MTV gli ha offerto una grande occasione: l'Unplugged, che è nato come veicolo per sfrondare la propria musica e proporsi puri e integri. Le possibilità di mostrare l'antica grinta c'erano tutte, e anche il repertorio recente poteva essere riletto in questa chiave. Invece Adams ha dimostrato una volta di più, con questo "Unplugged", di avere fatto una scelta precisa: non più "Waking up the neighbours": i vicini possono dormire in pace. "18 till I die" annegata negli archi diretti da Michael Kamen, una versione quasi morbida della gloriosa "Cuts like a knife" e l'esclusione dalla scaletta di brani come "Somebody" o "Run to you", per citare un paio di canzoni cui Bryan deve molto, sono un segnale ben preciso, e poco importa che manchino anche le tre super colonne sonore di cui sopra: l'approccio vocale e gli arrangiamenti (perfino in un pezzo nato per riconciliarlo col rock come "The only thing that looks good on me it's you") sono imbevuti nella stessa acqua di rose che gli garantisce di limitare i rischi e guadagnarsi il favore degli ascoltatori meno esigenti. Qualche guizzo del Bryan Adams degli esordi ritorna nella coinvolgente blues-jam di "If ya wanna be bad - ya gotta be good" o in una buona esecuzione di "I'm ready", ma il velluto predomina sulla carta vetrata. E i tre pezzi nuovi ("Back to you", "When you love someone" e "A little love") sono composti con questa mentalità. Peraltro, il confronto con "Heaven" è spiacevole: l'Adams d'annata è una spanna superiore proprio come compositore, come dimostra anche uno degli altri acuti del disco, "Summer of '69", che apre il concerto. E' andata così. Eppure, proprio sentendo questi due brani, viene spontaneo dargli un'altra possibilità: il rock facile facile, quando ben fatto come lo ha fatto Adams in passato, è acqua fresca che non fa mai male. Ma che si sbrighi, ché c'è gente che ha sete.

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