«WHATEVER PEOPLE SAY I AM, THAT’S WHAT I’M NOT - Arctic Monkeys» la recensione di Rockol

Arctic Monkeys - WHATEVER PEOPLE SAY I AM, THAT’S WHAT I’M NOT - la recensione

Recensione del 02 feb 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ la solita storia, che in Inghilterra funziona, e che da noi genera qualche diffidenza: si scopre un gruppo, lo si “pompa” con il dovuto anticipo, si crea il caso e lo si etichetta come la “next big thing” che dovrebbe salvare il rock e la musica; si arriva al primo disco, e al botto. E’ successo anche con gli Arctic Monkeys: solo che questa volta il caso non lo ha creato la solita stampa inglese; il caso è partito dal basso, da 4 demo girati via Internet, e dal passaparola derivato da concerti travolgenti, si dice. La stampa è arrivata tardi a raccontare un fenomeno che non ha creato, e che ha solo amplificato.
Insomma, ci sono tutti gli elementi per mandare in visibilio gli inglesi, e per noi italiani diffidenti per storcere un po’ il naso. Non li abbiamo visti dal vivo, questi Arctic Monkeys, per cui non possiamo giudicare né loro, né valutare come attendibili o meno i racconti di chi dice che dal vivo “spaccano”. Abbiamo ascoltato il loro disco di debutto, questo sì, e un’idea ce la siamo fatta.
Se può interessare a qualcuno, è questa: sono bravi, questi Arctic Monkeys, ed hanno tutto ciò che serve per sfondare. Energia, irruenza giovanile, bei suoni e belle canzoni. Però – perché c’è sempre un però, in casi come questi – tutto questo entusiasmo è giustificato soprattutto per gli inglesi. Per gli altri “Whatever people say i am, that’s what i’m not”, è un bel disco e nulla più, come capita in casi di questo genere.
Motiviamo meglio questo giudizio: qua trovate 13 tracce di rock ‘n’ roll bello semplice, che ha quella forza che solo l’ingenuità dei teenager può avere. Canzoni come “The view from the afternoon” o “I bet you look good on the dancefloor” parlano di uscire la sera e trovare una ragazza, e lo fanno in un modo tipicamente british, raccontando quel modo di divertirsi da inglesi che chi ha passato qualche tempo a Londra conosce. Ve ne fate un’idea leggendo anche solo i titoli, e lo capite ancora meglio sentendo l’accento “cockney” di Alex Turner, perfettamente sboccato e adattissimo all’energia che vuole comunicare. I suoni, poi, sono (fintamente?) grezzi come quelli di una garage band: chitarre, chitarre e ancora chitarre. Le canzoni sono belle, e ti ritrovi a cantarle in men che non si dica.
Però queste canzoni non dicono nulla di nuovo, e potete entusiasmarvi solo se siete dei “nuovisti”, sempre alla ricerca del gruppo di moda o se credete acriticamente a quello che scrive la stampa inglese (ed è difficile, ce ne rendiamo conto, ma possibile).
Insomma, un tipico prodotto inglese per un pubblico inglese o almeno anglofilo: lì, nel bene e nel male, la comunicazione musicale funziona così, e di 10 gruppi che emergono in modi analoghi, solo 1 – se va bene – dura più di tre album. Se gli Arctic Monkeys rientrano in questa categoria è presto per dirlo: per il momento godetevi, se vi piace il genere, questo “Whatever people say i am, that’s what i’m not”.

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