«OTHERS PEOPLE'S LIVES - Ray Davies» la recensione di Rockol

Ray Davies - OTHERS PEOPLE'S LIVES - la recensione

Recensione del 09 feb 2006

La recensione

Il fenomeno è talmente frequente da diventare statisticamente rilevante: vecchi miti dei Sixties trascinati alla deriva dalle ondate dei decenni successivi (il punk, e poi la techno, e poi l’hip hop…) che all’alba del nuovo millennio ritrovano la scintilla perduta e tornano a far parlare di sé, coccolati dai mass media come ai bei tempi andati. Il Cash degli ultimi anni o Brian Wilson, per fare qualche nome, mentre Rolling Stones e Paul McCartney tornano periodicamente ad essere “cool”. Se questa riscoperta dei classici sia un buon segno per lo stato di salute del rock è tutto da dimostrare, ma intanto ecco qui il protagonista di un’altra storia analoga: Ray Davies, la penna lunatica e geniale dei Kinks, il cronista nostalgico e pungente di una vecchia Inghilterra che non c’è più, oggi accasato per caso presso la stessa etichetta che da qualche tempo ospita uno dei suoi migliori epigoni, Paul Weller. Anche se i vecchi ragazzi di Muswell Hill, complici le leggendarie e sanguinose liti in famiglia col fratellino Dave, sono in surplace da una decina d’anni, questo è incredibilmente il suo primo album da solista; il precedente “The storyteller” essendo infatti la trasposizione su cd di un delizioso spettacolo di canzoni e letture (dall’autobiografia “X-Ray”) che era il pretesto per proporre qualche inedito e molti hit in versione intima e colloquiale. Qui invece le chitarre alzano spesso il volume, sfrigolano di elettricità e snocciolano riff robusti, a partire dall’uno-due iniziale di “Things are gonna change (The morning after)” e “After the fall”, mid tempo perturbati e vagamente apocalittici ma tutt’altro che sedati. Non siamo dalle parti del proto hard rock di “You really got me” o di “All day and all of the night”, piuttosto di certa ballata cantautorale affrontata con piglio battagliero e senza tante perifrasi.
Davies essendo Davies, non rinuncia a nessuno dei suoi ingredienti preferiti, e la buona notizia è che in nessuna stanza c’è puzza di pietanze andate a male o di minestra riscaldata. Lui che ama spremere gocce di limone sui suoi testi, anche stavolta non si astiene (“All she wrote”, lettera di addio di una donna al suo amante: “Ho incontrato questa persona in una discoteca/E’ davvero speciale/Mi ricorda te”; “Other people’s lives”, lamento a ritmo di pop flamenco pop sul gossip che avvelena la vita: “Non posso credere a quel che ho letto/scusate, ho appena vomitato”). E’ ancora un maestro nello schizzare impareggiabili quadretti di piccola vita di quartiere, tanto che la marcetta di “Next door neighbour”, con la sua parata di miserabili mr. Jones, mr. Brown e mr. Smith, sarebbe un evergreen se solo fosse stata scritta quarant’anni prima e non avesse tanti illustri predecessori. E “Is there life after breakfast?” (l’inciso è stranamente ottimista: “C’è una vita ricca di possibilità, dopo colazione? Certo che c’è!”) è ancora meglio, con quella melodia perfetta da canticchiare in macchina o sotto la doccia e il sorriso lieve a nascondere denti sempre aguzzi. Si sogna una Londra swingin’ ascoltando “Run away from time”, mentre “The tourist”, suono iperanalogico e d’antan, è un’altra fotografia impietosa di certo turismo, anche sessuale, di bassa lega, in un’atmosfera decadente da club in disarmo, moquette maleodorante, nebbie alcoliche e pensieri lascivi, che aleggia in diversi momenti del disco.
L’autore racconta di aver concepito questa collezione di canzoni come un viaggio personale di “riscoperta dell’America”, paese con il quale ha avuto a lungo dei conti in sospeso: negli anni ’60 i Kinks, colpevoli di “comportamento oltraggioso”, furono costretti a starne alla larga a lungo per ordine delle autorità governative. Ed ecco allora la soffice chitarra stile Orbison ai Sun Studios di “The getaway”, il funk pop che fa battere il piede di “Over my head” e l’r&b fiatistico in puro stile New Orleans della ghost track “Thanksgiving day”, pubblicata come singolo il Giorno del Ringraziamento 2005 per dare una mano alle scuole di musica della Crescent City travolte dall’uragano Katrina (Ray non porta evidentemente rancore: nel gennaio scorso proprio lì s’era beccato una pallottola nella gamba mentre cercava di bloccare un rapinatore in fuga). Ma il suo diario americano resta, appunto, quello di un turista curioso, o meglio di un alieno. Bastano il fortissimo accento londinese, la voce ancora acuta e quel tono sempre acidulo, ironico e distaccato a ricordare che Davies è British come il roast beef, il cricket e i telefilm di “The Avengers”. E più bravo, ancora oggi, dei tanti che lo citano, idolatrano, scopiazzano volando su alti in classifica.
(Alfredo Marziano)
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