«THE LIFE PURSUIT - Belle & Sebastian» la recensione di Rockol

Belle & Sebastian - THE LIFE PURSUIT - la recensione

Recensione del 15 feb 2006 a cura di Paola Maraone

La recensione

Musica triste e bastarda, la chiamava Jack Black in “Alta fedeltà”.
Bene: qualcosa è decisamente cambiato, nella vita dei Belle and Sebastian. È come se fossero andati in palestra a pomparsi un po’ e avessero, di colpo, preso ad alimentarsi ad hamburger. La voce del cantante, Stuart Murdoch, non ha perso quel timbro delicato, furbetto e inconfondibile che ce l’ha fatto tanto amare. Ma se avete in mente “The boy with the arab strap” dimenticatevelo. Quello, i B&S, se l’erano già lasciato alle spalle con “Dear catastrophe waitress”. E adesso ne sono più che mai distanti. Sia chiaro: non sono diventati gli Strokes. Ma i brani di “The life pursuit” somigliano sempre più a canzoni e sempre meno a piccole storie. E sono sempre più pop/rock e sempre meno musica leggera da camera. Prendete per esempio “White collar boy”: qui ci sono i Beach Boys e gli Smiths, con una sfumatura che ricorda tanto i Chumbawamba (sì, proprio loro). E in generale, echi della band di Brian Wilson risuonano qua e là. I B&S non sono diventati una mainstream band, e portano ancora bene l’etichetta di indipendenti, ma ascoltando il loro settimo album di studio si ha l’impressione che abbiano scelto di suonare un po’ meno “contro tutto e contro tutti”.
Non è una rivoluzione troppo imbarazzante, la loro. I testi stanno sempre in bilico, in maniera intelligente, tra il surreale, il tristanzuolo e il provocatorio, con doppi sensi buttati qua e là. Invariata anche la capacità di mettere assieme melodie catchy, evocative e allo stesso tempo mai banali. Però c’è più ottimismo qua dentro, e in qualche modo pezzi più orecchiabili (soprattutto “Funny little frog”, che pure ha liriche dolciamare, e “Sukie in the graveyard”). L’uso disinvolto dei numerosi strumenti è lo stesso di un tempo, gli amati cori hanno sempre un posto di prim’ordine, ma in un certo senso rispetto al passato l’aria di festa è palpabile: nella prima traccia, “Act of the Apostle”, con la sua tastiera alla “Good vibrations”, e anche in quelle che seguono (“Another sunny day” e “We are the sleepyheads”, per esempio).
Un bene o un male? Difficile dirlo, ma i detrattori del nuovo corso certo non mancheranno. E i B&S verranno accusati di aver – in parte – accantonato l’amore per la riflessione in favore di un sano, solare divertimento, anche se resistono i segni dell’acuto sarcasmo di ieri: “White collar, got dirt in your pants / You got egg in your hair / You got spit in your chin,” canta il coro di “White collar boy”. Uova nei capelli e uno sputo sul mento. Non è quello che si meritano questi scozzesi anticonformisti che restano, secondo noi, una spanna sopra certi loro connazionali negli ultimi tempi assai cari ai media. Ma farebbero bene a non esagerare, se non vogliono diventare troppo sani, e troppo solari per i gusti di chi ha mostrato di apprezzarne le più oscure sfumature dell’anima.

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