«WEIRD TALES OF THE RAMONES - Ramones» la recensione di Rockol

Ramones - WEIRD TALES OF THE RAMONES - la recensione

Recensione del 20 gen 2006 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Nell’archivio delle recensioni di Rockol ce ne sono già un paio firmate da me sui Ramones (per il loro disco di debutto e per un album dal vivo). A che serve, dunque, che torni sul tema?
Vediamo. Prima di tutto, ho desiderato fortemente questo cofanetto fin dal primo momento che l’ho visto: in forma di libro, contiene tre Cd e un DVD, come dire 85 canzoni e 18 video, ed è completato da un comic book di 52 pagine e da un paio di occhialini per la visione tridimensionale (per la visione di “Tunes from the crypt”, una delle storie a fumetti inclusa nel book). Il concetto del “desiderio di possesso” è basilare, per dare un senso a questa recensione: ci torneremo sopra più avanti.
85 canzoni, dicevo (troppe per trascriverle tutte in coda alla recensione, trovate la tracklist qui: http://www.rhino.com/store/ProductDetail.lasso?Number=74662), selezionate con la collaborazione di Johnny Ramone, che spaziano per vent’anni di attività discografica, dalla prima canzone del primo disco (“Blitzkrieg bop”) a “R.A.M.O.N.E.S.”, il pezzo scritto per la band da Lemmy dei Motorhead. Chi ha già altri dischi della band, persino chi ha già soltanto una buona raccolta (per esempio “Ramones Anthology”, uscita nel 1999 per la stessa Rhino, 58 canzoni in due Cd e un bel libretto con foto e testi), non ha bisogno di questo cofanetto per capire “meglio” l’estetica musicale dei Ramones: la cui cifra espressiva ha la caratteristica (il pregio?) di non aver subito variazioni significative nel corso del tempo. Il Ramones sound non si è evoluto: semmai, di quando in quando, ha sperimentato la propria flessibilità, accettando trattamenti esterni (la produzione di Phil Spector) o rileggendo brani altrui (“I don’t wanna grow up” di Tom Waits, da noi tradotta da Enrico Ruggeri per Luigi Schiavone col titolo “Non voglio crescere più”, o “Substitute” degli Who, o - forse l’unica rarità vera e propria del cofanetto - il tema di “Spider-man”, che se non sbaglio prima d’ora era comparso solo su una compilation di temi di cartoni animati), ma senza venir meno alla propria vocazione originaria. In proposito, interessante la tesi di Stephen M. Deusner: “I Ramones sono stati gli anti-Beatles: hanno opposto resistenza alla crescita musicale e alla maturazione”.
Nel DVD è riproposto un documentario sulla band intitolato “The lifestyle of the Ramones” (carino, di non straordinaria qualità tecnica: diretto da George Seminara nel 1990, incorpora 12 clip - molto buffo quello di “Something to believe in”, parodia di “USA for Africa” con ospiti di spicco - e propone interviste con i vari componenti della band, che all’epoca erano ancora tutti vivi, e con bella gente tipo Debbie Harry dei Blondie e Tina Weymouth dei Talking Heads) e sono incluse sei bonus tracks video. Anche questo, dunque, non è un contenuto “assolutamente imperdibile”, nemmeno per i fan sfegatati.
Però, però, il totale, nel caso di questo box, è maggiore della somma delle sue parti. Ed è questa la ragione che giustifica, a posteriori, l’insistenza da questuante con la quale ho tirato la gonna alle gentili signorine dello Strategic Marketing della Warner perché mi facessero avere il cofanetto (grazie!).
Il fatto è che il box “Weird tales of the Ramones” è davvero un bellissimo oggetto: da avere, da possedere, da tenere in libreria, da esibire con orgoglio agli amici, da conservare con cura negli anni, da riprendere in mano qualche domenica pomeriggio per riascoltare i dischi, rivedere il DVD, risfogliare il comic book. E’, insomma, quello che ormai - lo so che lo dico da tempo e dovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltarmi, ma ci credo proprio - dovrebbero essere i dischi, se chi li fabbrica e li distribuisce davvero vuole che non vengano completamente rimpiazzati dai file MP3. Un disco, con quel che costa, dovrebbe essere un bell’oggetto, qualcosa che la gente vuole “avere”, non soltanto “usare”. Un oggetto del quale possedere la versione originale e autentica (non una copia privata, non una copia pirata, non le canzoni salvate sul computer) costituisca un motivo di contentezza e di orgoglio, di piacere e di soddisfazione.
Il peccato originale della discografia, quella italiana compresa, eccome!, è di non aver saputo conservare al disco le caratteristiche di status symbol. E questo marca la differenza fra un’industria matura e un’industria arruffona e pasticciona. Nessun ragazzo esibisce con orgoglio (a meno che non sia un ultra-snob) una felpa Lonsdale tarocca, un paio di scarpe da ginnastica imitazione Nike, un simil - iPod made in China; così come, purtroppo, nessun ragazzo esibisce con orgoglio un Cd originale, anzi, è per lui motivo di vanto e di soddisfazione aver scaricato migliaia di files musicali senza pagare, o portarsi a una festa tre Cd masterizzati in casa. Vuol dire che l’industria discografica, a differenza di altre, non è stata capace di fornire valore aggiunto al prodotto originale.
Ma su questo tema potrei sbrodolare per decine di righe. Invece vorrei cogliere l’occasione per esporre, brevemente lo giuro, un altro concetto. Sarebbe ora che la discografia la smettesse di ragionare sul pubblico dei “giovani”. Questa generazione di venti-trentenni non è recuperabile al piacere del possesso del disco. Inutile tentare campagne sconti, realizzare risibili spot antipirateria, cercare cantanti e band che piacciano ai giovani: il vero mercato discografico, quel poco che ne è rimasto, è ormai dominato dagli ultraquarantenni, se non dagli ultracinquantenni. E’ per questa fascia di età che bisogna inventare o scoprire personaggi, è a questa fascia di età che bisogna proporre musiche (già sentite o nuove, non importa) che possano far scattare la molla di aprire il portafogli. Ma, aggiungo a beneficio dei discografici italiani che fossero arrivati a leggere fin qui (saranno due o tre, non di più): quando progettate o realizzate cofanetti, box, raccolte, antologie, ripubblicazioni, ricordatevi che la gente - soprattutto la gente di quaranta-cinquant’anni - non è stupida. Si fa fottere una volta, non due. E se non la smettete di cercare di imbrogliarla con operazioni raffazzonate, poco curate, improvvisate, contenenti miseri pseudoinediti, prive di corredi informativi, storici, iconografici, la smetterà di ricomprare canzoni che ha già (vedi Battisti e De André, per fare solo due esempi). Cosa che invece potrebbe fare, e con piacere e senza sentirsi derubata, se i cofanetti, i box, le raccolte, le antologie, le ripubblicazioni, fossero intelligentemente progettate, accuratamente realizzate, elegantemente confezionate Come questo “Weird tales of the Ramones”.
Intelligenza, accuratezza, eleganza... parole di cui la maggior parte dei cosiddetti responsabili marketing della discografia italiana nemmeno conosce il significato. Ci vorrebbe una Rhino Records nostrana. Chi mi aiuta a metterla in piedi?

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