«FRESCO E SPUMEGGIANTE - Porfirio Rubirosa» la recensione di Rockol

Porfirio Rubirosa - FRESCO E SPUMEGGIANTE - la recensione

Recensione del 24 gen 2006

La recensione

Nel 1975 mi ero inventato, per una piccola discoteca dei dintorni di Brescia, “i venerdì degli anni Sessanta”. Mettevo sui piatti i miei vecchi 45 giri del decennio precedente, e la gente si divertiva: ballava il twist, l’hully gully, “Il ballo di Simone”, e si stringeva nei lenti con le canzoni di Fred Bongusto. Nel 1981 ho progettato per Ivan Cattaneo “Italian Graffiati”, il disco che ha dato origine al fenomeno del revival degli anni Sessanta. Nel 1982 ho caldeggiato la ripubbblicazione da parte della CGD del singolo di Johnson Righeira “Bianca Surf”. Nel 1983 ho contribuito al progetto della discoteca riminese “Bandiera Gialla”, insistendo con Bibi Ballandi perché la programmazione musicale fosse tutta dedicata agli anni Sessanta. Nel 1984 ho progettato l’album degli Skiantos “Ti spalmo la crema” (tutte canzoni da spiaggia rifatte in chiave nostalgico/demenziale).
Poi gli anni Sessanta li ho messi da parte: ormai c’era Red Ronnie che se ne occupava ampiamente, e del resto mi ero abbastanza stufato di rimaneggiare quel repertorio (la voglia mi è tornata da poco, non è escluso che il 2006 porti qualche novità). Tutto questo preambolo per dire che, ovviamente, vedendo arrivare in redazione il disco di cui vi sto per parlare, è stato quasi naturale che me lo prendessi per ascoltarlo in automobile e poi riferirvene.
Porfirio Rubirosa (vedi note storiche sul personaggio in coda alla recensione) è lo pseudonimo di un signore veneto, avvocato di giorno e cantante di sera, che con la sua banda di musicisti Sessantamidatanta si dedica - cito il comunicato stampa - “alla ricerca musicale e all’esegesi finalizzata alla riscoperta degli stilemi culturali in voga negli anni ‘60”, con un repertorio (cito sempre il comunicato stampa) “basato su brani semplici, orecchiabili, con testi comprensibili e facilmente memorizzabili”. Con queste premesse, le mie aspettative erano decisamente alte, lo confesso. E quando nell’abitacolo della mia auto si sono diffuse le prime note di “Pedalò”, canzone di apertura dell’album, mi sono fatto prendere dall’ottimismo: sembrava, davvero, di risentire “Bianca surf” venticinque anni dopo. Suoni leggeri, testo amabilmente datato (mi ha un po’ infastidito la gag della vocina femminile, ma insomma), e una sfrontata rivisitazione, per il ritornello, del riff di fiati di “Speedy Gonzales”, mi sono suonati complessivamente gradevoli. Bendisposto, ho affrontato l’ascolto di “E’ ancora presto”: buona impressione, a dispetto di qualche esitazione metrica nel testo, ma ecco la prima insoddisfazione: carina l’idea beachboysiana dell’ “endless summer afternoon”, ma insomma, qualche sforzo di testo in più si potrebbe fare, dato che le due strofe e il ritornello vengono ripetuti pari pari tre volte (carina, però, la citazione giannimorandiana sul finale). Un bel giro strumentale spiralato di tastiera introduce “Quando scendi in pista tu...”: idea di testo graziosa, con la grave pecca di un “bel” eufonico che sembra infilato lì per non far la fatica di cercare una parola più adeguata; qui è Mal del Primitives, o se preferite Shel Shapiro dei Rokes, ad essere evocato nella pronuncia finto inglese del distico che chiude le strofe; ma, ahimè, anche stavolta il testo propone (due volte) le due strofe di cui è composto, e la sensazione è che l’idea fosse sufficiente per solo mezza canzone. E, voglio dire, qualche altro ballo per ampliare l’elenco non si faticava troppo a individuarlo: il madison, l’hully gully, lo shake...
A questo punto dell’ascolto, lo confesso, mi sono indispettito. Ma come: concept azzeccato, sonorità ben ricercate, tematiche divertenti, e nessuno che abbia detto a questi ragazzi che le loro canzoni, così come sono, hanno l’aria di essere incompiute, di non aver ricevuto sufficienti cure? Allora ho fermato la macchina e sono andato a leggere il libretto: dal quale ho appreso che il disco è stato prodotto dal cantante, che fra l’altro è anche l’autore di tutti i brani. E mi sono spiegato molte cose. E’ spesso, anzi quasi sempre, così: c’è una bella idea, c’è un progetto interessante, c’è del materiale su cui lavorare, ma non c’è nessuno che funga da sparring partner al leader del progetto, nessuno che gli dica: ehi, guarda che qui c’è una parola che non funziona, ehi, guarda che questo pezzo così pare lasciato a metà (e nemmeno, per dire: ehi, guarda che nel libretto il testo di “Pedalò” è stato tagliato sul finale; ehi, guarda che nel libretto nel testo di “Quando scendi in pista tu” alcuni nomi di balli sono maiuscoli e altri minuscoli; ehi, guarda che, nel libretto, nel testo di “Twist o mai più” c’è scritto “impotata” anziché “impomatata”; ehi, guarda che “sì” si scrive con l’accento, che Mister Magoo si scrive così e non Magù, che frisbee si scrive con la i e non con la e...). Sembrano stronzate, e magari sono anche stronzate: ma in una piccola produzione sono importanti, perché ti danno l’idea che qualcuno si è preso davvero cura dei particolari. Ma un produttore, uno che dica a Porfirio che, va bene l’esegesi finalizzata alla riscoperta degli stilemi, ma “con la furia di un ciclone” (vedi il testo di “Twist o mai più”) per far rima con “portone” è un giro di frase goffo e forzato, come lo è quel “già” riempitivo fra “han” e “ricoverato”; come lo è quel “a crepapelle” per rimare con “snelle”, come lo è quel “tutta la nottata” per far rima con “tutta scottata”, come lo è quel “bramato” (ma dai, “bramato” non è una parola da canzone anni Sessanta, è un residuato della prima guerra mondiale...), come lo è quel “gradasso” per rimare con “basso”...
Insomma, con l’irritazione che sempre mi dà scoprire che qualcosa che sarebbe potuto essere molto buono è invece appena discreto, ho riavviato il motore e ripreso l’ascolto. Condizionato, stavolta, in senso negativo. E ho sentito “Twist o mai più”: storia divertente, suoni curati, ‘giusta’ la citazione da “St. Tropez Twist”, melodia della strofa che funziona, corretto il break strumentale: d’accordo, il testo è perfettibile, ma il pezzo funziona; magari è appena un po’ lungo ma funziona. E funziona anche l’attacco di “Il sorbetto”: solo che, cacchio, il testo della seconda strofa è uguale a quello della prima, e il testo della terza è uguale a quello della seconda e a quello della prima, e il testo della quarta è uguale a quelli precedenti. Dice: l’ha fatto apposta, deve per forza averlo fatto apposta. D’accordo. Ma che spreco, che occasione buttata... Una canzone che ha una strofa così forte musicalmente deve per forza trovare un ritornello altrettanto forte. Altrimenti è una bozza, un appunto, un frammento di canzone. Una potenzialità inespressa.
Parte bene “Arrivederci estate”, con un suono pseudo Santo & Johnny (non è una slide guitar, ci assomiglia) e si sviluppa bene, candidandosi per un attimo a miglior canzone post-estiva dopo “L’estate sta finendo”; ci sono anche un paio di finezze testuali (“il sole alberghi”, “la risacca che scroscia stanca”); poi la struttura si confonde, si sfilaccia, e le belle intuizioni restano belle intuizioni. “La buccia di banana” vive sulla ripetizione delle quattro parole del titolo che fungono da ritornello, e il ritornello funziona, ma (ancora!) dopo il break strumentale ci sono due strofe che si ripetono uguali nel testo, proprio quando l’ascoltatore era incuriosito da come sarebbe proceduta la storia. “Toboga twist” parte dritta e finisce dritta: non cresce, non si sviluppa, e peccato perché l’idea c’è, ma sembra che nessuno abbia avuto voglia di metterci sopra le mani: è così? e vabbé, lasciamola così, semmai raddoppiamo il ritornello sennò finisce troppo presto. Ma perché? Quell’elenco di “sono...” poteva essere più completo, più spiritoso, più evocativo, più fantasioso...
“Il ladro di fidanzate” tradisce il concept estivo/marino per portarci in città, e risulta, a parte qualche saporoso intervento di tastiere un po’ alla “Gimme some lovin’”, tutto sommato inutile nell’economia del disco. Anche perché quelle parti semiparlate sono davvero una caduta di ritmo e di tono. “Ieri, oggi, domani”, che cita il coretto di “La tremarella” di Edoardo Vianello, ha proprio in questa citazione il suo punto migliore; e, anche stavolta, la canzone ripete uguale il testo dopo il primo svolgimento del tema strofa + ritornello (nessuna voglia di pensare altro di diverso?). Mi aspettavo qualcosa di speciale da “Il lento di Porfirio”, dopo le due prime strofe, ben costruite e suggestive: mi aspettavo un ritornello strappamutande, e non c’è. Non c’è! C’è una parte strumentale interlocutoria, poi il pezzo segue con altre due strofe. Ma come? Ma perché? Ci voleva un ritornello killer, come è possibile che qualcuno non gliel’abbia detto?
La traccia 12, “Se amare è reato”, arriva dopo tre minuti di silenzio, come se fosse una ghost track (ma allora non andava indicata in copertina): spiritosa l’idea del testo (“Se amare è reato io sono colpevole”), meno efficace la struttura del pezzo, che per i primi due minuti potrebbe essere una cosina del Moroder electrodance fine anni Settanta, voce distorta compresa, poi torna agli stilemi anni Sessanta e diventa tutta un’altra cosa: e purtroppo questa cosa è una riscrittura anche abbastanza trasparente di “Then he kissed me” (delle Crystals, prodotto da Phil Spector), e uso la parola “riscrittura” per non usare la parola “copia”. E, indovinate? Dopo il primo svolgimento, la canzone si ripete pari pari uguale, arrivando a cinque minuti e mezzo di durata. Con un’altra ripetizione si poteva arrivare a otto minuti...
Ora, mi accorgo di aver scritto quasi cinque cartelle di recensione: uno spazio, e una cura e un’attenzione, che raramente dedico a dischi più importanti di nomi più noti. Mi accorgo anche di essere stato particolarmente minuzioso e, forse, eccessivamente severo. E vi spiego perché: secondo me, Porfirio Rubirosa e la sua band hanno fra le mani un bel progetto e un’idea che può funzionare. Mi irrita, e mi dispiace, che non ci abbiano dedicato tutta la cura e l’attenzione e la buona volontà e il senso autocritico che, secondo me, il progetto e l’idea meritavano. E badate che non vale, qui, la giustificazione della “piccola produzione indipendente” quindi povera in canna: ché i suoni funzionano, e comunque non stiamo parlando di tempo e costi di studio; stiamo parlando di tempo e fatiche da spendere “prima” di entrare in studio, sulla composizione dei brani, sulla loro struttura, sui testi, fors’anche sull’obbiettivo complessivo (a questo punto, dico, osando di più si poteva pensare a un concept album, con una storia che inizia e finisce). Insomma, ecco, ci siamo capiti, spero. Così com’è, “Fresco e spumeggiante” - rispetto a quello che sarebbe potuto essere a quanto pare di intuire dalle doti di chi l’ha scritto, cantato e suonato - è complessivamente una piccola delusione. Una pallottola spuntata, una cartuccia inumidita.
A meno che, s’intende, non sia io ormai troppo matusa per apprezzarlo così com’è...

(Franco Zanetti)

PS Il disco, in confezione digipack, contiene una traccia multimediale: il clip di “Pedalò” (a proposito, negli anni Sessanta i pedalò non esistevano ancora: almeno, io ricordo solo mosconi e pattini a remi, sulla spiaggia delle mie vacanze adriatiche). Sul PC dell’ufficio non si vede granché: mi sembra che sia interessante l’effetto di bianco e nero strisciato e sgranato, che vorrebbe essere da filmino estivo di quarant’anni fa però ricorda più le comiche finali dei primi anni del secolo, ma non sono in grado di dilungarmi sulle grazie della protagonista femminile: la definizione dell’immagine è troppo bassa. Peccato...


Note storico-musicali.

Porfirio Villarosa

Parole e musica: Leo Chiosso - Fred Buscaglione

Conoscete Porfirio Villarosa
dalla bocca fascinosa?
Lo credevano spagnolo o portoghese,
egli invece è torinese.
Era un rude, modesto terrazziere
sapeva il suo mestiere...
Ch'era un piacere!
Ora invece Porfirio Villarosa
todo el giorno se reposa.
Ogni diva dello schermo che lo vede
dice "t'amo" e lui ci crede.
E così per salvarsi un po' le spese
lui deve divorziare...
tre volte al mese.

Olè! Olè! Porfirio Villarosa
che faceva el manoval alla Viscosa,
col suo sguardo conturbante
egli è l'Oscar degli amanti,
quante donne ha conquistato non si sa!
Ed un bel dì Porfirio Villarosa
abbandona su due piedi la Viscosa,
bello più di Valentino,
prediletto dal destino,
s'è piazzato, ed ora la grana lui ce l'ha.

Porfirio, Porfirio,
alle donne cosa fai?
Tutte quante tu le inguai,
come mai, come mai,
Porfirio, Porfirio,
alle dive sai piacer.
Qualche cosa devi aver,
come fai, come fai?

Olè! Olè! Porfirio Villarosa
è soltanto più un recuerdo la Viscosa.
Quante volte s'e sposato,
tante volte ha divorziato;
ora fa l'innamorato di Zazà.

Che cannone quel Porfirio Villarosa che faceva el manoval alla Viscosa! Olè!

1956, L.Chiosso-F. Buscaglione, Melodi

dal sito www.galleriadellacanzone.it:
Si tratta di uno dei primissimi brani pubblicati da Fred Buscaglione e gli Asternovas: uscì il 28 gennaio 1956 su 78 giri, come lato B di 'Che bambola'.
Per capire l'invenzione del paroliere Leo Chiosso che sta alla base della canzone, è necessario fare un passo indietro e spiegare cosa fosse la Viscosa, e soprattutto chi fosse il personaggio su cui aveva modellato il protagonista della storia: Porfirio Rubirosa.
Questi venne definito "El rey de todos los playboys del mundo" - definizione difficile da controbattere. La sua vita era avvolta da un'aura di appropriato mistero: chi dice che fosse un avventuriero colombiano, chi sostiene che fosse portoricano o argentino, mentre invece era (quasi certamente) dominicano - alla sua incerta origine tra l'altro si allude anche nella canzone. Entrato in diplomazia, riuscì a sposare Flore de Oro Trujillo, figlia del dittatore colombiano. Diventato ambasciatore, si fece una fama mondiale a causa delle sue storie d'amore con attrici come Ava Gardner, Zsa-Zsa Gabor (che, citata nel testo, fu una delle sue mogli accanto ad altre ereditiere), Veronica Lake, Jane Mansfield, Marylin Monroe, Kim Novak e, a quanto pare, Evita Peron… La sua esuberanza sessuale era pari alla sua inclinazione per il divertimento: una delle sue frasi storiche rimane: "Lavorare? Lo farei, se ne avessi il tempo".
Chiosso decise pertanto di trasportarlo a Torino: gli cambiò il cognome in Villarosa, prendendolo a prestito da una cittadina in provincia di Enna, e gli trovò un impiego dove tanti emigranti siciliani e i loro figli avevano trovato posto a partire dagli anni '20, da quando Torino era diventata un centro industriale di prima grandezza.
Decine di migliaia di lavoratori erano impiegati in stabilimenti meccanici e siderurgici: tra questi c'era la SNIA Viscosa, produttrice di fibre sintetiche.
"La mentalità di allora era quella di far uscire i reietti, i poveri, i metalmeccanici e i braccianti agricoli dal grigiore della loro vita, per immetterli in un mondo in cui la donna dicesse loro 'grazie dei fior'", ha dichiarato Chiosso. Lui e Buscaglione, quindi, decisero di fare di più: presero un personaggio appartenente a un mondo popolare, immediatamente riconoscibile come quello dei manovali della Viscosa di Venaria, alla periferia di Torino, e ne cantarono le epiche gesta. Un simile meccanismo fu quello che portò i due a far diventare una donna fatale, con tanto di fucile in mano, una signora battezzata con uno dei nomi più tradizionali e rassicuranti d'Italia: la protagonista di 'Teresa non sparare'.
Purtroppo, Buscaglione e Rubirosa condivisero un destino emblematico: dopo una vita al massimo, entrambi morirono all'alba, al volante di un'auto di lusso. Fred si spense a Roma nel 1960 sulla su Thunderbird, mentre il playboy che aveva ispirato il suo brano lo imitò nel 1965: con la sua Ferrari si schiantò contro un albero del Bois de Boulogne, a Parigi.

Per maggiori informazioni su Porfirio Rubirosa:
http://www.geocities.com/Hollywood/Cinema/2892/rubirosa.html
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