«ONCE UPON A LITTLE TIME - John Parish» la recensione di Rockol

John Parish - ONCE UPON A LITTLE TIME - la recensione

Recensione del 25 gen 2006 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Ci sono dischi che si possono ascoltare anche distrattamente: mentre si guida, mentre si legge un libro, insomma mentre si fa altro. E poi ci sono dischi come questo, dischi che si devono “sentire”, dischi che non basta ascoltare superficialmente per comprenderne il senso, per capire tutto quello che hanno dentro.
La musica, poi, può piacere o meno, ma necessita della massima attenzione se non si vuole offendere il lavoro del compositore. E solitamente chi realizza queste opere è gente che alla musica dedica tutto, proprio come l’autore di questo album.
John Parish è un musicista di quelli veri, un personaggio che ha collaborato con artisti del calibro di PJ Harvey, Eels, Tracy Chapman e Giant Sand e che poi si è innamorato dell’Italia dove ha partecipato a numerosi progetti (Cesare Basile, Nada, Songs with other strangers) e soprattutto ha conosciuto i musicisti che lo hanno accompagnato alla realizzazione di questo album: Marta Collica, Giorgia Poli (ex Scisma), il tecnico del suono Marco Tagliola e Jean Marc Butty.
“Once Upon A Little Time”, edito da Mescal e successore di “How animals move” del 2002, è un lavoro registrato in quattro diverse sessioni nella seconda metà del 2004: le prime due al Perpetuum Mobile, lo studio di Tagliola a Nave (BS), la terza e la quarta, rispettivamente, al Toybox di Bristol ed al Sun Studios di Copenhagen con alcune collaborazioni d’eccezione come quelle di Adrian Utley (Portishead), Jeremy Hogg (PJ Harvey) e Hugo Race (Bad Seeds, Sepiatone).
“Once upon a little time” ha un ottimo equilibrio: si passa dalle sonorità lo-fi delicate e sussurrate (in bilico tra folk e piccoli inserti elettronici) di “Boxers”, “Choice”, “Water road”, “The last thing I heard her say”, all’indie-rock di matrice tipicamente statunitense di “Somebody else”, “Kansas City Electrician” e della splendida “Sea defences”. In mezzo a tutto questo si incrocia anche l’irresistibile country di “Even redder than that” (e relativo reprise). Il pregio più grande del disco è proprio questo: saper miscelare l’oscurità e la profondità riflessiva (talvolta anche malinconica) di alcuni brani, con la spensieratezza e la semplicità di altri, creando un album dai diversi tratti somatici e dal quale non si sa mai cosa aspettarsi per il brano successivo. Una nota a parte la merita la splendida “Glade park”, un perfetto incontro tra sonorità indie alla Pavement e la grande vena cantautorale del musicista inglese, una canzone scritta da Parish durante una visita al Colorado National Monument: qui John, a causa di un’infezione all’occhio, non riusciva a sopportare la luce del giorno e poteva uscire solo di notte “sulla neve, con visioni confuse, era come essere su un altro pianeta. Stranamente piacevole.”
Insomma, John Parish si dimostra ancora una volta un musicista come pochi, un personaggio che, oltre a contribuire in maniera determinante ai dischi altrui (su tutti il favoloso “Gran Calavera Elettrica” di Cesare Basile), realizza lavori di grande spessore che meritano davvero tutti gli ascolti di cui hanno bisogno. E nell’era della superficialità entrare in contatto con un album incantevole e ricercato come questo non può certo fare male, anzi….

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