«CLAP YOUR HANDS SAY YEAH - Clap Your Hands Say Yeah» la recensione di Rockol

Clap Your Hands Say Yeah - CLAP YOUR HANDS SAY YEAH - la recensione

Recensione del 03 gen 2006 a cura di Davide Poliani

La recensione

Spediti nell'olimpo delle "next big things" del 2005 dalla comunità di blogger e filesharer che popolano la Rete (e, dicono i più disillusi, da una recensione particolarmente benevola della Bibbia dell'Indie Pitchfork), dei Clap Your Hands Say Yeah si è parlato quasi più in termini di fenomeno mediatico e di ultima e definitva rivincita del sempre attivo sottobosco underground nei confronti dell'ormai morente panorama major che di rock band.
Ora, i detrattori dei newyorchesi potranno trovare, in maniera tutto sommato facile, mille e più modi per smontare e fare a pezzi il clamore che ha accompagnato la comparsa (sul mercato o sul Web, decidetelo voi) del loro omonimo album di debutto. Clamore oltrettutto fastidioso, almeno per tutti quanti pensano che questo disco, sebbene non destinato a segnare un nuovo capitolo nella storia della musica mondiale, sia uno dei prodotti più freschi e meno convenzionali apparsi negli ultimi tempi.
Ruvidi, a tratti schizofrenici e decisamente sfacciati, i CYHSY passano con disinvoltura dal Tom Waits più visionario (sentire, in apertura, "Clap your hands!" per credere) alla sgraziata quanto geniale irruenza dei Violent Femmes, passando per Talkin Heads e Velvet Underground, dimostrando di aver metabolizzato e riproposto - in maniera del tutto personale - le pagine più importanti del rock più intelligente a stelle e strisce. Senza scivolare nella banalità, ma evitando con intelligenza eccessi "concettuali", i ragazzi di Brooklin assemblano 12 episodi sorprendenti, giocando con maestria con strutture e trame strumentali senza però perdere di vista l'essenza e l'immediatezza delle canzoni, che - alla fine - rimangono il punto forte dei CYHSY.
D'obbligo mettere sull'avviso i non appassionati: evitate con cura se non sopportate stonature e imprecisioni. E si astenga anche chiunque si aspetti raffinata ricerca e sperimentazioni alla moda. Se la “new brit invasion” inizia ad annoiarvi, ed avete voglia di passare l'inizio di questo 2006 battendo a tempo le mani e dicendo "yeah!" senza troppi pensieri in testa, questo disco potrebbe fare per voi.

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