«BORN TO RUN (30TH ANNIVERSARY EDITION) - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - BORN TO RUN (30TH ANNIVERSARY EDITION) - la recensione

Recensione del 17 nov 2005

La recensione

“Born to Run: 30th Anniversary” contiene l’edizione rimasterizzata della pietra miliare “Born to run”, un bel booklet di 48 pagine e, soprattutto, due DVD: "Wings For Wheels: The Making of Born to Run", documentario dedicato alla realizzazione del progetto, e “Hammersmith Odeon, London ‘75”, il leggendario concerto che segnò lo sbarco in Europa di un Messia annunciato.
Per chi vuole sapere ma non ha tempo di leggere, per chi salta subito alle conclusioni – prendete nota: questo non è solo il cofanetto dell’anno, è una prelibatezza.
L’arte del remastering da sola, per quanto opera di un guru del settore come Bob Ludwig, non avrebbe potuto avere la forza di celebrare il trentesimo anniversario di “Born tu run”; né, sinceramente, ci saremmo scaldati troppo. Tant’è che non lo recensiamo affatto: non sapremmo cosa aggiungere al punto essenziale – ovvero, che questo album appartiene alla lista ristretta dei fondamentali del rock di ogni tempo e che ha reso Bruce Springsteen il Boss.
Il documentario e il concerto, invece, oggi fanno la differenza. Sono, insieme, una spiegazione, una rivelazione, una conferma, un’assoluta emozione – un’ode a un protagonista assoluto della storia della musica americana moderna e contemporanea.

Wings For Wheels: The Making of Born to Run
E’ il racconto di un’infinita notte d’estate. La stessa notte, tante vicende, un unico desiderio: fuggire. Per capire che succede quando finalmente riesci a realizzare i tuoi sogni – oppure, che succede se quei sogni non si realizzano.
Fuggire da Freehold, New Jersey, avvolgendo di mito la costa del Jersey a Asbury Park.
Nel 1975 Bruce Springsteen desiderava dare un senso ai personaggi che, insieme alle loro relazioni, raccontavano una vita intera in una canzone. E fu quello che fece: dopo estenuanti mesi trascorsi in studio a New York, mantenne la promessa che da un paio d’anni covava sotto le ceneri della scena musicale americana – diventare il presente del rock and roll. “Born to run” condusse un artista venticinquenne dritto sulla copertina di Time e Newsweek nella stessa settimana, finendo così per comunicare che, in uno dei momenti più statici della storia di questo genere, nella fase di transizione tra il progressive e il punk, la musica popolare aveva ritrovato un sacerdote talmente carismatico da richiamare folle di fedeli. I magazine d’opinione più autorevoli e diffusi del paese non lo affermavano esplicitamente, ma scommettevano la loro copertina perché ritenevano di essere di fronte a una svolta culturale. La musica tornava grande senza essere necessariamente servita con contorno di rivoluzione dei costumi (anni ’50) o di protesta giovanile (anni ’60). Tornava grande di per sé, punto.
E’ tutto questo che racconta “Wheels for wings”, 90 minuti di documentario composto da interviste ai membri della E Street Band e a Springsteen stesso, spesso in veste di narratore al volante di un’auto da modernariato e a spasso tra i luoghi del suo Jersey; dalle parole di Jon Landau e Mike Appel; dalle riprese delle registrazioni dell’epoca. Il tutto per evocare le ragioni più intime di quella incredibile spinta che fece dell’album una pietra miliare del rock. Immagini e aneddoti che regalano uno spaccato della serena determinazione e della incrollabile fiducia di un talento già maturo a venticinque anni, sopra ogni altra cosa.
Entrato in studio con addosso la pressione che gli addetti ai lavori e l’ambiente avevano generato intorno al suo terzo album, Springsteen resistette con l’approccio di un veterano, insistette con ostinazione su qualsiasi dettaglio sonoro e artistico costringendo i musicisti a prove e incisioni continue, e smise solo quando fu sicuro di avere raggiunto il risultato. Al Record Plant non c’era un virgulto speranzoso di migliorare, ma un giovane uomo che sapeva che quello – e solo quello – era il suo momento per fare il migliore album rock della sua vita. La pressione del “punto di non ritorno” – successo o anonimato, per sempre - derivava soprattutto da sé stesso, tanto in alto aveva fissato l’asticella; in parte dal conflitto poco gestibile tra il suo produttore originario, il duro e concreto Mike Appel, e il suo nuovo mentore Landau; ma anche da una band che, proprio durante il processo di registrazione, si vedeva costretta a cambiare due componenti per integrare (dopo circa sessanta audizioni) Max Weinberg e Roy Bittan.
L’obiettivo di Springsteen fu elevatissimo e lo centrò senza mai cedere a compromessi. L’obiettivo era la perfezione. Non una perfezione acustica, non la precisione; ma la certezza di avere raccontato le storie con le parole giuste, cantandole con la musica più adatta e con il suono più adeguato. La sicurezza di avere scelto lo strumento, l’arrangiamento o la soluzione azzeccata per raccontare una particolare emozione. La tranquillità di chi smette solo quando sa di avere finito bene il proprio lavoro – anche quando, agli occhi altrui, sa di essere ormai un pazzo maniaco.
Bruce Springsteen realizzò, con “Born to run”, due progetti di fondamentale importanza: inculcare tutto ciò nelle menti e nei cuori dei suoi musicisti, che decisero di seguirlo e per i quali fissò uno schema e un copione che sarebbe durato trent’anni, e che dura tuttora; e fondere in un’unica figura artistica quelle del cantautore brillante e dello straordinario performer. Probabilmente non avrebbe potuto pianificare la mossa a tavolino nemmeno se avesse voluto; di fatto, però, Bruce si collocò a metà strada tra due archetipi musicali molto distanti, Elvis Presley e Bob Dylan, innestando sulla fisicità e sul sano provincialismo del primo il carisma schivo e l’autorevolezza del secondo. Scusate se è poco.
“Wheels for wings” ha il merito di cavarci qualche sfizio da fan regalandoci chicche che non osavamo sperare di vedere e conoscere. Così facendo, non si limita a lasciare emergere la grandezza dell’opera “Born to run”, ma riesce a spiegarne i motivi e i presupposti, ricordandoci che siamo di fronte all’album “cinematografico” per antonomasia (il titolo, il ritmo, la struttura dei brani, la scelte delle liriche) e rivelandoci che l’artista sapeva dall’inizio che non bastava essere onesti e raccontare storie semplici cui relazionarsi. L’artista sapeva che tra cadere nel clichè e essere realmente creduto dal pubblico il confine era sottile e ambiguo. Sapeva che occorreva essere maniacali nei dettagli (suoni e parole; arrangiamenti e frasi) per essere credibili. Sapeva che aggiungere strati su strati alle registrazioni e alle idee di base era necessario per rendere consistenti per chi avrebbe ascoltato le emozioni che provava. In altre parole: sapeva che raccontare cose semplici non è semplice e che suonare ruvido e sincero anche attraverso la puntina del giradischi non era come farlo dal palco.
Con “Born to run” Bruce Springsteen ha scritto pagine immortali di sogni giovanili e di amicizia. Nel tentativo di costruire il suo personale “wall of sound”, ha insegnato nota per nota a Clarence Clemons l’assolo al sax in “Jungleland” (“quell’assolo mi ha salvato la vita”, ripete Big Man). Nel tentativo di segnare il confine tra libertà e amore, ha emulato senza saperlo i grandi contemporanei come DeLillo (“Americana”). E, nel tentativo di raccontare qualcosa di importante con le parole giuste, ha affidato le sue liriche da storyteller alla bestia da palco che è in lui, ritoccando la cifra estetica del rock and roll.
Così, Bruce Springsteen, guadagnava per sé e la E Street Band il diritto e la libertà eterni di mettere in scena uno degli show più eccitanti e fondamentali della storia del rock. Così nacque un capolavoro.

Hammersmith Odeon, London ‘75
La sera del 18 novembre 1975, quando Bruce Springsteen sale sul palco dell’Hammersmith Odeon per il primo concerto in Gran Bretagna della sua carriera, trova Londra pronta ad accoglierlo. L’arrivo in città del nuovo astro nascente del rock americano era stato costruito a dovere, dal martellante lavoro della casa discografica oltre che dal tam tam dei suoi fans della prima ora: poster, pubblicità, promo, jingle radiofonici, l’abile slogan coniato dal giornalista rock – allora ancora inconsapevole di diventare a breve produttore e manager di Springsteen – Jon Landau (“ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”), tutto aveva contribuito a far crescere l’attesa per quello che, oltre ad un evento da tanto annunciato, si sarebbe rivelato per Springsteen e i suoi un appuntamento con il destino.
Il 1975 è l’anno di “Born to run”, lo si è già abbondantemente scritto: è l’anno della definitiva consacrazione di Springsteen come artista internazionale, si è detto anche questo. Ma che tutto fosse pronto per esplodere, e per molti versi esplose quella sera del 18 novembre, lo si capisce da questo concerto, non a caso filmato – e bene – quella sera, con l’atteggiamento e la cura nei confronti della qualità (luci, inquadrature, audio) che si hanno in presenza di grandi eventi e di grandi nomi. Bruce Springsteen un grande nome lo era già, per l’America: quella sera dimostrò “soltanto” di esserlo di fronte a Londra, capitale dell’industria musicale europea.
Per quanti – e sono i più, almeno in Italia – hanno conosciuto e amato Bruce Springsteen con “Born in the U.S.A.”; per coloro che raccontano del concerto allo Stadio San Siro di Milano tenuto il 21 giugno 1985 come uno degli eventi che gli hanno cambiato la vita; bene, a tutti coloro possiamo dire che questo live all’Hammersmith Odeon di Londra arriva come il concerto che non c’era, come il perfetto prequel della “rock’n’roll supernova” che avrebbero potuto ammirare, dal vivo, soltanto dieci anni dopo. Dieci anni separano quei due concerti tra loro: e sono dieci anni di dischi e di tour mondiali, un’enormità. E lo Springsteen che vedranno qui sul palco, è per alcuni versi lontano anni luce da quello del 1985.
Lo si capisce da come inizia il concerto: buio, una breve introduzione, un pianoforte che sembra un carillon sostiene il primo occhio di bue che si accende sul palco, ad inquadrare un enorme berretto di lana. Un attimo dopo si intravede Bruce, mentre inizia a cantare “Thunder road” nel silenzio pieno di tensione di una sala gremita ma trasformata in un tutt’uno. Man mano che il Boss snocciola il testo - un testo americano, niente trucchi, “Thunder road” è LA storia perfetta di fuga e redenzione a stelle e strisce, sequel e archetipo al tempo stesso di altre mille fughe e redenzioni – il pianoforte di Roy Bittan lo sorregge come unico strumento, e diventa da carillon un piccolo piano, poi un gran piano, poi un’orchestra intera. Ma quello che subito colpisce di questo inizio è l’aver deciso di puntare non sulla potenza ma sulla forza, non sul suono ma sull’emozione. Le prime note di Springsteen che il pubblico di Londra ha ascoltato nella sua storia, sono le note di un’armonica a bocca, di una voce roca e sgarbata, di un pianoforte suonato ad ogni strofa con un differente registro. Cosa serve ancora per inchiodare un pubblico? Cosa serve di più?
Dinamica, quindi. E puntare tutto sulla capacità di farsi ascoltare, appieno, fin dall’inizio. Una scelta spavalda, forse, di certo una scelta da rocker. Ecco, Bruce (& The E Street Band) a quel tempo sono così: sanno di essere dei rocker, di fatto agiscono come dei rocker, e non sono ancora delle rockstar. Stanno vivendo il grande momento di quanti, tra coloro che fanno quel lavoro, passano alcuni mesi o anni della propria vita a dimostrare quello che valgono. E Springsteen e i suoi, sul palco dell’Hammersmith Odeon, eccome se lo dimostrano. Cavalcano una eccellente scaletta, che comprende quasi tutti i brani di “Born to run” mescolati ai pezzi più forti dei loro precedenti due album con in più un paio di chicche live come il “Detroit medley” e la conclusiva e trascinante “Quarter to three”. E suonano come suona una vera e propria macchina del suono.
Quando sale sul palco, alla fine di “Thunder road”, e si schiera in formazione accanto e dietro a Springsteen, la E Street Band dispiega tutta la sua forza. Perché anche la band, nel 1975, è diversa: Clarence è gigantesco e magro, Steve ha dei capelli impermanentati, Roy è più affascinante, Max, Garry e Danny sono solo più giovani. Ma il suono è vivo, brillante, selvaggio eppure sottile, lesto. Fatto di attacchi al fulmicotone, nervosi crescendo all’unisono, assoli, capriole, rallentamenti tattici e nuove esplosioni di ritmo, di musica, di vita. Una musica che romba come un motore. E’ il ritratto del Boss sul palco, tutto nervi, ossa e muscoli, elettricità e passione, guizzante e non ancora rallentato e ispessito dalla “body culture” degli anni ‘80. Altro verrà regalato a tutti noi dalla storia, da quella nostra personale e da quella del Boss, una storia da allora lunga trent’anni: ma se c’è una sola chance per riuscire a fermare per un momento il tempo, e tornare lì, laddove tutto è iniziato davvero, ecco che questo concerto offre a ciascuno di noi quella possibilità.
Quella sera all’Hammersmith Bruce e i suoi, più che delle rockstar in erba, sembravano un ambizioso ladruncolo e i suoi furbi compari, venuti a fare il grande colpo con tanta di quella carica addosso da rischiare di far saltare il locale. Trent’anni dopo, Dio sa se ci sono riusciti.

(Giampiero Di Carlo, Luca Bernini)

TRACKLIST

01. Wings For Wheels: The Making of Born To Run – I capitoli:
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