«SOLO ACOUSTIC VOL. 1 - Jackson Browne» la recensione di Rockol

Jackson Browne - SOLO ACOUSTIC VOL. 1 - la recensione

Recensione del 10 nov 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Per certi versi, è la fine di un’era: questo è il primo disco che Jackson Browne non pubblica con l'etichetta discografica per la quale ha esordito: all’inizio degli anni ’70 venne messo sotto contratto dalla Asylum, e tutti i dischi successivi vennero pubblicati da quell’etichetta o dai suo derivati (venne assorbita dal gruppo Warner). E’ capitato a tanti musicisti di esaurire un contratto, e di svincolarsi, pubblicandosi i dischi autonomamente. E’ un po’ come nel calcio, dove non esistono più i giocatori bandiera, quelli che passano una carriera con la stessa squadra.
Il motivo è lo stesso, ma il segno è opposto: i soldi, troppi nel calcio e pochi nella musica. Meglio allora agire da battitori liberi, in quest’ultimo campo, soprattutto quando hai una grande credibilità, e la puoi capitalizzare con dischi come questo. “Solo acoustic vol. 1” è infatti un live, con le migliori canzoni di Jackson Browne, suonate alla chitarra o al piano: un prodotto perfetto per inaugurare la propria etichetta discografica; sarà seguito nel 2006 da un nuovo disco di studio e da un secondo volume e, come capita in questi casi, ognuno di questi dischi verrà dato in licenza di distribuzione ad una casa discografica (in questo caso la EMI).
Capitalizzare una carriera, dicevamo: questo fa “Solo acoustic vol. 1” che presenta uno dei migliori songwriter americani di sempre in una veste essenziale, catturato nell’ultimo tour acustico (passato anche dall’Italia un anno fa). Impossibile non farsi commuovere da canzoni come “The pretender” o “Fountain of sorrow” (appartenenti al filone più intimista, quello degli anni ’70), incazzarsi per canzoni come “Lives in the balance” (scritta negli anni ’80, il periodo più politico, a proposito della politica imperialista americana, e terribilmente attuale).
Due (minime) critiche a questo disco, per il resto godibilissimo (anche nelle brevi introduzioni che talvolta accompagnano le canzoni e che sono incise sul cd come tracce separate, permettendo lo “skip” per chi non le vuole ascoltare): la prima è per la scaletta, ben bilanciata tra “hits” (“The pretender”, “For everyman”, “These days”) e brani meno noti (“The birds of St. Marks”, pubblicata per la prima volta da quando è stata scritta, oltre 30 anni fa). Mancano però alcuni classici assoluti, che speriamo vengano recuperati nel prossimo volume (per esempio, non c’è nessun brano dal disco di maggior successo di Jackson, “Running on empty”); la seconda riguarda invece gli arrangiamenti, perfetti nella loro essenzialità, ma che sono per l’appunto “acustici” e non “unplugged”: un solo strumento per volta, nessun altro musicista oltre a Browne; forse poteva valere la pena invitare qualcun altro (magari David Lindley, artefice del suono degli anni ’70 con i suoi tocchi folk).
Questi appunti non intaccano comunque il valore di questo disco, e della forza di Browne, che è uno di prima classe, autore e interprete di pari valore di altri colleghi emersi nello stesso periodo, come Bruce Springsteen o Tom Waits.

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