«AS IS NOW - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - AS IS NOW - la recensione

Recensione del 08 nov 2005

La recensione

La semi-vacanza che il Modfather s’è concesso l’anno scorso, un paio di settimane trascorse ad Amsterdam a incidere un disco di cover e a rilassarsi, si è dimostrata un’ottima terapia contro il crampo dello scrittore che lo aveva preso a tradimento. Tanto che “As is now”, il nuovo album, lo ripropone asciutto e tirato a lucido come non mai, manco fosse appena uscito da una clinica del benessere: il suo album migliore, verrebbe subito da dire, dai tempi dei celebrati “Wild wood” e “Stanley road”, libri di testo mandati a memoria da una intera generazione di Brit popper anni ’90. Meno ambizioso del confuso “Heliocentric”, più centrato di “Illumination”; Weller “as is now”, appunto, com’è allo stato presente. E cioè un musicista quarantasettenne che ancora si entusiasma per il rock come un ragazzino, che considera vangelo (in senso letterale) la parola di Marvin Gaye e di Curtis Mayfield, che non si stanca mai di collezionare farfalle musicali – lui che ai tempi dei Jam scrisse “Butterfly collector” – andando alla caccia di vinili rari tra i negozietti di Soho come in “Alta fedeltà” di Nick Hornby. E che ha la delicatezza di dedicare il disco alla memoria di Jim Capaldi, “uno dei più grandi batteristi di sempre”.
Un abilissimo ladro di idee, di riff e di melodie lo è sempre stato, e in questo album si conferma un neo-con, un luddista del rock che odia Internet, gli iPod, i cellulari e anche i Coldplay. I suoni rustici, caldi, vintage e in presa diretta sono gli stessi già messi a punto in “Studio 150”; identico il co-produttore impegnato alla console, Jan “Stan” Kybert, confermato il solidissimo tridente di musicisti, Steve Cradock-Damon Minchella-Steve White, chiamato a dargli man forte in sala di registrazione (li si può vedere brevemente in azione sul Dvd incluso nell’edizione limitata). Ricerche e ascolti preparatori all’album precedente hanno evidentemente lasciato un segno: torna, in “All on a misty morning”, il folk intarsiato di Bert Jansch e di “John Barleycorn” dei Traffic, e “I wanna make it alright” suona quasi più autenticamente Tim Hardin dell’originale. “Blink and you’ll miss it” e “Paper smile”, che aprono la sequenza su ritmi sparatissimi, ti catapultano subito nei ruggenti Sixties, tra un micidiale fraseggio jazz rock alla Jimi Hendrix periodo “Crosstown traffic” e un tagliente midtempo beat che materializza la Swingin’ London e gli adorati Small Faces. Anche i primi due singoli sono colpi di rasoio: “From the floorboards up” è pub rock tutto sudore, fumo, birra e anfetamine, “Come on/Let’s go” la cosa più vicina ai Jam che Weller abbia inciso dai tempi dello scioglimento del trio (la voce, poi, sembra fare un salto indietro nel tempo, con l’accento proletario e incazzato del ragazzo di Woking che per un attimo riprende il sopravvento sul fascinoso timbro affumicato di oggi). Abbondano, infatti, anche le autocitazioni, con aromi di Style Council sparsi qua e là: “Pan” (abbozzata, irrisolta) e “The pebble and the boy” (matura, e molto bella) restaurano con l’aiuto di un quartetto d’archi olandese intitolato a Gustav Klimt il pop orchestrale di “Confessions of a pop group”; ma con più lucidità e meno prosopopea di allora. “Roll along summer” ha il soffice tocco jazzy di certe vecchie serenate tra i caffè in riva alla Senna, e “Bring back the funk”, oltre sette minuti di groove, ricorda la sbornia black dei primi anni ’80 (qui White e Minchella, con tanto di basso slap, suonano nello stile della loro “side band”, i Players). E siccome dopo anni di talento corrucciato Weller oggi ama anche sorridere, capita che sforni anche un peso leggero come “Here’s the good news”, vaudeville pop d’antan che ai più anzianotti potrebbe ricordare certa piacevole “bubblegum music” degli anni ’60 (una “Winchester Cathedral” appena più seriosa, per dire). Qualche articolo superfluo c’è, ma alcuni ibridi sono irresistibili. Io scelgo “The start of forever”, elegante ballata acustica che miscela folk, Bacharach e fiati r&b con un tocco da colonna sonora blaxploitation in coda. Sembrerebbe un pasticcio, e invece è una delizia. Una delle poche invenzioni, ammettiamolo, di un disco citazionista fino all’ossessione: ma caricato a molla e pieno di convinzione, altrimenti perché verrebbe voglia di riascoltarlo continuamente da cima a fondo?
(Alfredo Marziano)
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