«PLAYING THE ANGEL - Depeche Mode» la recensione di Rockol

Depeche Mode - PLAYING THE ANGEL - la recensione

Recensione del 28 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Lo scorso settembre, quando sono stati messi in vendita i biglietti dei concerti dei Depeche Mode, sono stati “bruciati” in poche ore. Al di là della polemiche sul meccanismo di vendita che inevitabilmente sorgono in casi come questo, sono pochi gli artisti a cui tocca quest’onore.
Nessun dubbio che il ritorno dei Depeche Mode, assenti dalle scene dal 2001, fosse atteso. Insomma, i Depeche hanno sempre avuto un gran seguito in Italia, i loro concerti sono sempre andati esauriti con largo anticipo e i loro dischi in classifica. Forse stupisce, almeno chi scrive, l’entita di questa attesa.
Poi si ascolta questo capitolo discografico della band, e tutto si chiarisce, attesa compresa. “Playing the angel” non dice nulla di nuovo sulla band, beninteso. Ma è un concentrato perfetto di tutto quanto la band ha rappresentato in questi anni; un mix che in tanti hanno provato ad imitare, e che nessuno è riuscito ad eguagliare: nessuno come loro sa mischiare le carte del pop e dell’elettronica, unendo melodia e rumore, chitarre e beat, malinconia esistenziale ("dolore e sofferenza in vari tempi", recita il retro della copertina del CD) e ritmi danzerecci.
“Playing the angel”, da questo punto di vista, è una vera e propria lezione di stile: dalle reminescenze di “Suffer well” e “Precious” (entrambi richiamano in modi diversi “Enjoy the silence”, il primo per la chitarra, il secondo per le armonie delle tastiere), dal blues sporcato di “John the revelator” al finale cupo di “Damaged people" e “The darkest star”, è un sunto di tutto quanto Gore, Fletcher e Gahan hanno fatto in 25 anni di musica. In alcuni momenti sembra di sentire i Depeche degli anni ’80 (l’inciso di “John the revelator”, in particolare), in altri quelli più rock dei primi anni ’90, in altri ancora quelli più introspettivi di fine anni ’90. Anche l’andamento del disco, con l’inizio veloce e ballabile, e un finale più meditato e cupo, sembra costruire un viaggio ideale all’interno dell’universo sonoro della band.
Il trucco, in casi come questi, è quello di riappropriarsi del proprio passato, rendersi riconoscibili al primo ascolto, ma senza essere smaccatamente derivativi, autocelebrativi o senza finire nell’autoplagio. Un trucco che ai Depeche riesce benissimo: nessuno come loro sa arrangiare e interpretare canzoni dark-pop e questo, tra l’altro, la dice lunga sui lavori solisti di Martin Gore e Dave Gahan: gelidamente perfetti quelli del primo, cui mancava il calore della voce di Gahan. Incompleti quelli di quest’ultimo, a cui mancava la scrittura e l’acume sonoro di Gore.
Insomma, “Playing the angel” è il disco perfetto per una band come i Depeche Mode: assolutamente riconoscibile, eppure nuovo; rimette in riga tutti i discepoli, ma senza sembrare arrogante. Cosa volete di piu? Vederli dal vivo, certo…

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