«JACKSONVILLE CITY NIGHTS - Ryan Adams» la recensione di Rockol

Ryan Adams - JACKSONVILLE CITY NIGHTS - la recensione

Recensione del 23 ott 2005

La recensione

Non avesse un indiscutibile (per quanto dissennato) talentaccio di suo, a Ryan Adams un lavoro come “impersonator” musicale non lo toglierebbe nessuno. Ha già dimostrato di poter rifare Neil Young, Dylan e la Band di Robbie Robertson quasi alla perfezione (su quell’irresistibile bignamino di musica americana che era “Gold”, e altrove). E stavolta è andato persino oltre: calandosi nei panni di Gram Parsons in maniera così convincente che, ascoltando il disco dalla stanza accanto, si potrebbe legittimamente pensare a una raccolta di inediti o di rarità del compianto cowboy cosmico. Invece “Jacksonville city nights” è un disco del 2005, per quanto concepito con assoluta aderenza all’etica e all’estetica “honky tonk” dei vecchi fuorilegge del country&western, da Hank Williams al succitato GP passando per Waylon Jennings e Merle Haggard. Adams ambienta le sue (belle) storie di perdizione e redenzione, di affetti familiari (ricorre la figura del padre) e di relazioni complicate tra i legni stagionati e i banconi umidi di birra di bar di provincia e in orario di chiusura, cantando di proiettili d’argento e di treni che “corrono come serpenti tra i pini pentecostali/carichi di cotone e di gin da grande magazzino” (“The end”, e come si vede al ragazzo non mancano l’abilità narrativa né il gusto per l’immagine originale ed evocativa). Il suo entusiasmo emulativo è tale da coinvolgere persino prezzemolo-Norah Jones, nella circostanza credibilmente travestita da Emmylou Harris (“Dear John”). E i suoi quattro Cardinals, che bene lo avevano assecondato nel precedente “Cold roses”, sono altrettanto compresi nella parte, sfoggiando un suono dolente e strascicato come si conviene, tra lamentosi glissando di pedal steel e note di pianoforte cadenzate come gocce di pioggia, valzeroni nostalgici e ballate rarefatte come gli spazi immensi dell’Ovest (“Laura giace ai piedi del letto/e mima un cappio col filo del telefono/c’è il dottore in linea/lei riappende e dice/‘Non rivedrò un altro inverno’ ” sussurra Ryan in “September” suonando autentico e toccante). Lì, quando rallenta a passo d’uomo (“Pa”, “Withering heights”) o, al contrario, quando accelera sui binari spediti del roots&roll (“Trains”, The hardest part”) Adams si scrolla di dosso quel sospetto appiccicoso di esercizio di stile che un disco come questo si porta appresso quasi congenitamente (“My heart is broken”, testo e musica, sfiora la pura parodia). E’ un terreno scivoloso su cui aveva slittato, per dire, anche il Costello di “Almost blue”, il disco country che l’inglese incise nell’81 a Nashville sotto la guida del maestro del genere Billy Sherrill. Ma Elvis era, appunto, uno straniero. E bastava questo, insieme a quella sua voce nasale, strozzata e all’epoca poco educata, per sparigliare quantomeno le carte e lasciare spiazzato l’ascoltatore. Nella città di Jacksonville, invece – ricreata ai Long Studios di New York City con qualche scappata a Nashville per un tocco di autenticità - tutto o quasi è come ci si aspetta dopo aver dato una prima occhiata in giro; e sicuramente non è un caso che per desiderio di omogeneità e rispetto della tradizione il brano più dark e in qualche modo deviante incluso nelle prime copie promozionali del disco, “What sin replaces love”, sia stato sacrificato per far posto – nell’edizione europea – a una versione orchestrale, peraltro bella e struggente, di “Always on my mind”, rassicurante superclassico di Elvis e di Willie Nelson. Ci sono sprazzi di classe e una firma leggibile in calce a pezzi come “Hard way to fall”, e rimandi a uno stile meno ortodosso in un paio di altri episodi: nello yodel miagolante di “Peaceful valley” Ryan ricorda un po’ il Dan Stuart dei vecchi Green On Red, nei toni funerei del western gospel “Don’t fail me now” il Gordon Gano dei Violent Femmes. Gente che negli anni ’80 aveva provato con alterne fortune a piegare il ferro della tradizione americana con la sua forza di volontà e una nuova sensibilità, quasi come fece l’inarrivabile GP all’epoca dei Flying Burrito Brothers e poi da solo. Ma quelli erano altri tempi e Adams farebbe meglio a dar più corda a se stesso invece di insistere nell’indossare i panni dei suoi (e nostri) eroi. A quando un nuovo “Gold”?

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

02. The end
06. Games
11. Trains
12. Pa
15. Always on my mind (bonus track)
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