«WILDFLOWER - Sheryl Crow» la recensione di Rockol

Sheryl Crow - WILDFLOWER - la recensione

Recensione del 04 nov 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ strano vedere una come Sheryl Crow, che ha venduto milioni di dischi, passare dallo status di rockstar a quello di “Signora Armstrong”. Eppure, negli ultimi 2 anni la sua assenza dalle scene musicali è stata compensata solo dalla sua presenza sui media per i gossip relativi al fidanzamento con Lance, campione di ciclismo. Lei, da innamorata, lo seguiva anche nei suoi trionfali Tour de France… E ora gli dedica pure questo disco, “Wildflower”, il primo di inediti da “C’mon C’mon” (2002), a cui seguì solo un “best”.
Insomma, se le va proprio a cercare, rilasciando dichiarazioni su quanto sia felice e su come tutto questo incida sulla sua musica. Lo stereotipo vuole che, in musica, chi soffre produce capolavori e chi è innamorato dischi per lo più mosci. Insomma: la sofferenza è un motore narrativo, e la felicità un’inibente creativo.
Per fortuna, questo stereotipo si adatta solo in parte a “Wildflower”. Che non è un capolavoro, non è il miglior disco della Crow, ma è sicuramente meglio di “C’mon C’mon”. E’, paradossalmente, un disco meno solare: “Wildflower” è un disco più melodico e meno up-tempo. Un disco più languido, verrebbe da dire, pensando all’innamoramento della sua autrice: come il suo predecessore è un disco perfettamente centrato nel solco della tradizione del rock “facile” americano. Questa volta, però predominano le ballate e i mid tempo come “Perfect lie” o “Always on your side”; anche il singolo “Good is good” è su questa falsariga, e solo in rari episodi come “Lifetimes” o “Live it up” si risente una Sheryl Crow divertita che assomiglia a quella di “All I wanna do”.
Si era parlato, alla fine del 2004, di due dischi pubblicati in un anno per la Crow, uno cantautorale e uno pop. Idea (pare) scartata; è difficile dire a quale filone faccia eventualmente riferimento “Wildflower”: ha poco del cantatuorato tradizionale, e non è smaccatamente pop; prende da entrambi i generi, e lo fa tutto sommato in modo piacevole. Questo disco non ha il valore sportivo equivalente della vittoria di un Tour De France, ma almeno di una buona vittoria di tappa. “Wildflower” riafferma comunque la dignità di un’artista che si faceva apprezzare ben prima di quella storia, e non solo per le sue curve….

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