«ROYAL ALBERT HALL LONDON MAY 2005 - Cream» la recensione di Rockol

Cream - ROYAL ALBERT HALL LONDON MAY 2005 - la recensione

Recensione del 14 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La (ri)nascita di un supergruppo. La storia del rock. Gli assoli torrenziali, di chitarra e batteria. Il blues, quello bianco e inglese. La sottile linea tra nostalgia e sfruttamento commerciale delle reunion. La musica, soprattutto la musica: in questo doppio CD trovate tutto questo, nel bene e nel male.
Il ruolo dei Cream non si discute: uno dei primi “supergruppi” della storia del rock (anche se spesso si tende ad attribuire questo merito ai Blind Faith, in cui trasmigrarono 2/3 dei Cream, Eric Clapton e Ginger Baker; inoltre i tre - il terzo è il bassista Jack Bruce - erano solo relativamente famosi al tempo, e Clapton diventò una superstar proprio grazie a loro), devono la loro fama alla miscela esplosiva di rock e blues, a grandi canzoni come “White room” e “Badge” e alla bravura strumentale dei tre.
Una bravura fin troppo esibita, perché oggi come allora i Cream insistono su assoli chilometrici. Gli assoli di batteria, però, sono spesso noiosi e autoreferenziali, anche se a farli è un maestro come Ginger Baker. Recentemente i Subsonica si sono vantati di averne inserito uno nel loro ultimo disco, come segno di trasgressione nell’epoca dei formati. Sarà. Ma “Toad”, oggi come allora, è leziosa con i suoi 10 minuti e passa.
Per il resto “Royal Albert Hall” non sfugge alla regola della reunion: c’è il sospetto di lucrare sul ritorno (a maggior ragione, in questo caso: solo pochissimi concerti, 4 a Londra lo scorso maggio, e altri 3 a New York a fine ottobre; insomma, una mini-reunion); ma c’è anche un trio di musicisti ancora in forma, che offre versioni belle e vive dei propri cavalli di battaglia. Forse manca qualche canzone (“Tales of brave Ulyesses”, per esempio), ma gli imperdibili ci sono tutti, dalle rivisitazioni (“Crossroads”, dell’ossessione di Clapton, Robert Johnson) agli originali. Certo, a vedere le foto (e il DVD che esce in contemporanea) gli anni sono passati per tutti, soprattutto per Bruce e Baker, mentre Clapton ha sempre la faccia da ragazzino furbo. E non è un caso che il packaging (stupendo, curato dai quei maestri della nostalgia discografica della Rhino) riporti un disegno psichedelico stile anni ’60, modellato sulle facce di allora, non su quelle di adesso. Ma se si fa finta di fare un salto indietro nel passato, se si cede alla nostalgia, la musica – ciò che conta, alla fine – regge, e bene.
Già, la nostalgia. Canaglia, diceva qualcuno, che adesso canta il blues su un’isola televisva… Meglio questa, di nostalgia, decisamente, e meglio questi, di blues.

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