«COME ON FEEL THE ILLINOISE - Sufjan Stevens» la recensione di Rockol

Sufjan Stevens - COME ON FEEL THE ILLINOISE - la recensione

Recensione del 11 ott 2005

La recensione

Bel tipo, questo Sufjan Stevens. La biografia (molto romanzata) che appare sul suo sito ufficiale lo presenta come un trovatello scovato dai genitori adottivi tra i cartoni del latte, sull’uscio di casa. E il suo nome di battesimo, pare, è un omaggio alla figura di Abu Sufjan Muhammed, guerriero armeno di fede Sufi sterminatore di draghi e salvatore di principesse in pericolo. Non bastasse questo a suggerire l’eccentricità del personaggio si aggiunga che incide per una indie il cui nome è tutto un programma (il Gattino Asmatico), che nel nuovo disco suona la bellezza di 23 strumenti diversi, che è probabilmente il nuovo detentore del record della canzone dal titolo più lungo (il precedente, se non andiamo errati, appartiene ai Fairport Convention di “Sir B. Mackenzie…”) e che ha deciso, non si sa quanto seriamente, di imbarcarsi in un’impresa folle e titanica da Guinness dei primati: pubblicare 50 album a tema, ciascuno dei quali ispirato e dedicato a uno degli Stati Uniti d’America (ha cominciato due anni fa con il suo Michigan: Stevens, trentenne, è infatti nativo di Detroit). Fosse tutto qui, ci sarebbe da archiviare la pratica come una stramba nota in calce all’enciclopedia rock, ma c’è il fatto che il ragazzo sa scrivere canzoni e arrangiarle in modo originale, ha orecchio fino e idee tutt’altro che da buttar via.
In questa nuova saga dedicata all’Illinois, lo “stato delle praterie” e di Chicago, mancano giusto tracce di blues elettrico e di Muddy Waters: ma per il resto c’è davvero di tutto. Musical di Broadway, colonne sonore e supereroi dei cartoons centrifugati nella memoria, rigurgiti di pop anni ‘80 tra Prefab Sprout e Cure (la cui “Close to me” è citata esplicitamente nella title track) ma anche citazioni colte (Leonard Bernstein, Aaron Copland) per non parlare delle frequenti reiterazioni alla Steve Reich. I fatti storici e di cronaca, l’architettura industriale e i paesaggi rurali dello stato americano ispirano la sua composita sinfonietta rock e offrono a Stevens il pretesto per parlare (o farneticare) di tante cose, di cristianità e di guerra (“The Black Hawk war” eccetera eccetera: dura quasi più il titolo della canzone), di crisi esistenziali personali e di come un bravo ragazzo che piace ai vicini di casa per la sua gentilezza e il suo senso dello humour possa diventare un famoso serial killer (“John Wayne Gacy, Jr.), mischiando Superman e Abramo Lincoln, poeti (Carl Sandburg) ed eroi rivoluzionari (Casimir Pulaski) come in un sogno colorato e squinternato. La musica è altrettanto ariosa, mutevole, panoramica: stacchi e riprese, temi ricorrenti, affreschi di pop orchestrale (“Chicago”) e marce bandistiche da parata militare, cenni di Philly Sound (“They are night zombies!!…”), flauti rinascimentali (“UFO”), banjo arpeggiati (“Jacksonville”), cenni di folk appalachiano (l’andamento pigro e la fisarmonica di “Decatur”), miniature in stile “Harvest” (“Casimir Pulaski Day”), corali ecclesiastiche e da liceo musicale (“The Seer’s Tower”), rimandi al suono di Canterbury e al progressive (“Prairie fire that wanders about”), ritmi dispari e jazzati, nostalgie di balletti da vecchia Broadway (“The tallest man, the broadest shoulders”), un’unghiata elettrica post punk contrapposta a squilli di trombe e coretti sognanti (“Metropolis”). Più volte viene in mente un altro protagonista bizzarro della nuova scena indie americana, il Tim DeLaughter che guida la numerosa congrega dei Polyphonic Spree. Rispetto a lui, Stevens privilegia più spesso i mezzi toni e i colori pastello: si fa prendere meno la mano, insomma, riuscendo incredibilmente, a tratti, a far suonare minimalista un’intera orchestra di pianoforti, archi, ottoni, percussioni e chitarre. Bella dimostrazione di padronanza degli arrangiamenti e della scrittura musicale, la sua. Difetti? Uno, e ricorrente. Sufjan, complici le possibilità offerte dal supporto Cd, esagera in generosità e dimentica nel cassetto le forbici: 22 canzoni, minisuite o come altrimenti vogliamo chiamarle sono troppe e alla fine la soglia di attenzione crolla inesorabilmente. Peccato, un po’ di parsimonia in più avrebbe giovato a lui e a noi.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

06. A short reprise for Mary Todd, who went insane, but for very good reasons
09. Chicago
14. A conjunction of drones simulating the way in which Sufjan Stevens has an existential crisis in the Great Godfrey Maze
17. Let's hear that string part again, because I don’t think they heard it all the way out in Bushnell
18. In this temple as in the hearts of man for whom he saved the Earth
21. Riffs and variations on a single note for Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, and the King of Swing, to name a few
22. Out of Egypt, into the Great Laugh of Mankind, and I shake the dirt from my sandals as I run
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