«LATE REGISTRATION - Kanye West» la recensione di Rockol

Kanye West - LATE REGISTRATION - la recensione

Recensione del 05 ott 2005 a cura di Lisa Molinari

La recensione

Entrare tra le leggende dell’Hip Hop nel giro di un solo anno non è impresa comune, ma per Kanye West questo è solo uno dei tanti eventi improbabili della sua vita. Da produttore nell’ombra dei maggiori artisti a protagonista dei Grammy Awards 2005 con le sue 9 nominations, da anonima vittima di un incidente quasi fatale a uomo copertina di Time, che mostra l’inseparabile ciondolo di diamanti con l’effigie di Gesù, per Kanye nessuna impresa pare ormai impossibile. Tantomeno sfornare un nuovo album a circa un anno dall’acclamato debutto, noncurante delle pressioni e delle invidie provenienti dal music biz. E tornare a sorprendere, attraverso un lavoro che è al tempo stesso naturale prosecuzione del primo e variazione sullo stile che l’ha portato al successo.
Elementi di continuità sono lo scorrere familiare di rime, cadenzato e privo di effetti speciali, su una base musicale ricca del soul più intenso della storia della musica nera. Tuttavia l’abile tecnica di taglio e cucito di campionamenti ricercati, suonati a velocità atipica, diventata marchio di fabbrica del primo album “College dropout”, lascia qui spazio a un maggior impiego di strumentazione e accompagnamento dal vivo su motivi conosciuti. Non solo sassofoni e vibrafoni arricchiscono un pezzo come “We major” ma addirittura un’orchestra di 20 elementi fa da sfondo al party feeling di “Celebration”; il classico di Curtis Mayfield “Move on up” rinasce a nuova vita in “Touch the sky” mentre la voce di Shirley Bassey torna a cantare “Diamonds Are Forever” nel tema principale dell’hit single “Diamonds from Sierra Leone”.
A questo cambiamento di direzione musicale ha contribuito in maniera significativa il compositore cinematografico Jon Brion (artefice della fama di Badly Drawn Boy e Fiona Apple), intervenuto qui come co-produttore dalle simpatie pop al posto di Jay Z e del suo stile Hip Hop al 100%. Più che un’ovvia concessione al mainstream, la mossa va apprezzata nel suo intento finemente sovversivo, grazie allo slittamento di significati operato da Kanye rispetto ai testi originali delle canzoni campionate. Così la romantica “My funny valentine” di Etta James diventa un monito a gravi tipi di dipendenze in “Addiction” e il campionamento di Shirley Bassey nell’accattivante singolo “Diamonds…” diventa il pretesto per denunciare i legami tra il commercio di diamanti e la guerra civile in Sierra Leone.
Intrigante anche l’accostamento improbabile di acerrimi nemici come Nas e Jay-Z quali ospiti sullo stesso album, rispettivamente in “We major” e “Diamonds”, così come l’intellettuale Common in “My way home” e il grezzo Game in “Crack music” sono chiamati alla corte di Kanye in un curioso coincidere degli opposti.
Abile come nelle paradossali imprese che gli sono ormai proprie, l’autore non poteva rinunciare a riportare alla luce il leggendario Ray Charles in “Gold digger”, attraverso vecchie registrazioni della sua voce e nuove incisioni dell’attore Jamie Foxx, sulla scia dell’Oscar per l’interpretazione di Ray nel film biografico.
Insomma, gli estimatori di Kanye potranno essere soddisfatti di questo secondo album, dove l’artista fa davvero di tutto – arrivando come suo solito vicino ai miracoli - per non venir meno alla propria fama distribuendo intelligenti sorprese musicali.

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