«BOOTLEG SERIES VOL. 7 - NO DIRECTION HOME-THE SOUNDTRACK - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - BOOTLEG SERIES VOL. 7 - NO DIRECTION HOME-THE SOUNDTRACK - la recensione

Recensione del 06 ott 2005

La recensione

Un tempo Dylan era l’elusività fatta persona: cantava canzoni enigmatiche e spesso fraintese, parlava poco o niente, scompariva alla vista pubblica come il mago Houdini, tirava giù la saracinesca sugli sguardi indiscreti appiccicati alla sua musica o alla sua vita privata. Altri tempi, davvero. Poi sono arrivati i tour che non finiscono mai, gli archivi audio e video finalmente spalancati, persino un’autobiografia (romanzata, d’accordo) che alza il velo su episodi mitici e mistici della vita del poeta. Ora anche un cinedocumentario di tre ore e mezzo firmato da Martin Scorsese (presentato in anteprima in alcune rassegne cinematografiche, è pronto per la Tv e il mercato Dvd), di cui questo doppio Cd rappresenta il complemento discografico. Si tratta del settimo volume delle benemerite “Bootleg series” che il padre di tutti i cantautori dispensa ormai con cronometrica regolarità in collaborazione con la Sony Legacy, mentre negli States infuriano le polemiche per la sua decisione di concedere in esclusiva ai caffè di Starbucks un’altra pepita d’archivio, l’ormai famigerato “Live at the Gaslight 1962” (vedi News).
Chi scrive non è un collezionista di memorabilia dylaniane, e quindi neppure in grado di verificare quante di queste 28 tracce “precedentemente mai pubblicate” siano davvero tali o comunque di difficile reperibilità anche al mercato nero delle registrazioni clandestine. Due fanno sicuramente eccezione alla regola, come confermano le note di copertina: “Song to Woody” stava su “Bob Dylan”, disco di debutto datato 1962; e “Like a rolling stone” è la storica “Judas version” dal vivo (Free Trade Hall di Manchester, 17 maggio 1966) già inclusa nel bellissimo “Bootleg series vol.4” (imperdibile come il vol. 5, quello che documenta il tour ‘75 con la Rolling Thunder Revue).
Questo capitolo, diciamolo subito, non è altrettanto fondamentale, a dispetto della musica (naturalmente) meravigliosa che contiene. Abbondano infatti le “alternate take” di brani familiari, famosi o famosissimi, inframmezzate a qualche genuina rarità come quel blues gracchiante e scolastico del ’59, “When I got troubles”, che apre il disco 1, tutto acustico e in solitaria. Ecco frammenti dai “Minnesota Hotel tapes” spesso bootlegati (e in “I was young when I left home” si coglie una volta di più il filo che lega Dylan a Springsteen), e una “This land is your land” molto più malinconica che celebrativa. Ecco i traditional alla “Man of constant sorrow” (quella poi rilanciata dal film “Fratello, dove sei?”), le outtake da “Freewheelin’ ” (un’arrembante “Sally gal”) e una “Mr. tambourine man” in studio con Ramblin’ Jack Elliott che, a quanto pare, è proprio quella finita in mano ai Byrds. Soprattutto c’è una bella selezione di materiale live: “Masters of war”, alla Town Hall di New York, 12 aprile ’63, è da brividi, mentre in “Blowin’ in the wind”, stesso luogo e stessa data, Dylan avverte gli spettatori che la sua versione è diversa dalle altre, anche se “le parole sono le stesse e questa è la cosa importante”. Per “A hard rain’s a-gonna fall” e “When the ship comes in”, Carnegie Hall sempre nel ’63, l’autore fornisce addirittura qualche indizio interpretativo, mentre “Chimes of freedom” sono otto ipnotici minuti tramandati ai posteri dal Newport 1964, l’anno precedente alla “scandalosa” svolta elettrica e agli anatemi dei puristi. Di quel leggendario capitolo si trova breve testimonianza nel secondo dischetto, grazie ad un nastro recuperato di recente: e quella “Maggie’s farm” sfrigolante e piena d’anfetamina dev’essere davvero suonata come una bestemmia, allora. Abbondano, nella seconda parte della collezione, le versioni alternative da “Highway 61 revisited” e “Blonde on blonde”, le rasoiate elettriche della chitarra di Mike Bloomfield (grande in “It takes a lot to laugh…”) e gli scrosci d’organo di Al Kooper (che imbraccia la chitarra per una magnetica versione a tre di “Desolation row”). “Highway 61” è senza sirena, “Leopard-skin pill-box hat” lenta e blues, mentre più rari sono i pezzi dal vivo: ma “Ballad of a thin man”, 20 maggio ’66 a Edimburgo con Robbie Robertson e metà Band al seguito, è così intensa da far dimenticare la qualità audio non impeccabile e le distorsioni della voce. Difficile voltarsi dall’altra parte, insomma. Ma neofiti o apprendisti dylaniani è meglio che si rivolgano altrove, prima.

(Alfredo Marziano)
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