«BODY OF SONG - Bob Mould» la recensione di Rockol

Bob Mould - BODY OF SONG - la recensione

Recensione del 21 set 2005

La recensione

Sembrava destinata a ben altre glorie, la meglio gioventù della Minneapolis anni ’80. Nel feudo di Prince anche il rock viveva una stagione propizia, e più o meno a metà decennio Replacements e Hüsker Dü davano lezione al resto d’America sul come cucinare la ricetta “pop core”, ancorando a robusti ganci melodici il fuoco di sbarramento generato dai ritmi a mitraglia e dalle chitarre in feedback. Poi, come spesso succede, i pronostici non sono stati rispettati e qualcosa non è andato per il verso giusto: problemi di alcol (Paul Westerberg) e di droga (Grant Hart degli Hüskers; Bon Stinson dei Replacements, scomparso nel ‘95), litigi e tragedie che hanno avvelenato la vita a molti dei protagonisti di allora, sensi di colpa e tormenti personali con cui fare i conti (Bob Mould ci ha messo un bel po’ a fare outing sulle sue inclinazioni omosessuali e s’è portato dietro a lungo lo strascico ingombrante della separazione dai compagni di band). Con la maturità, ognuno ha imparato finalmente a fare i conti col passato. Westerberg si è reinventato paladino del cantautorato dimesso e lo-fi con risultati altalenanti ma dignitosi, Hart è un po’ scomparso di scena, Mould si è confermato il più volitivo e determinato della truppa con scelte radicali che più di una volta hanno fatto discutere: al precipitoso stop imposto agli Hüsker Dü seguirono due eccellenti album solisti (e chi scrive ricorda un suo concerto di Capodanno al Maxwell’s di Hoboken come una delle performance più intense e trascinanti mai viste di persona), le strizzate d’occhio al college rock degli Sugar, infine un ripiegamento al più rigoroso “fai da te” che ha portato nel tempo ad inattesi sviluppi (Bob si diletta con un certo successo come dj nella nuova città di residenza, Washington D.C.) ma anche a risultati talvolta sconcertanti (il fragoroso flop artistico dell’album electro-dance “Modulate”). Con “Body of song” si torna invece ad ambienti più familiari, e la bella notizia è che il sapore non è mai quello di uno stantio, ammuffito déjà vu: era da quindici anni almeno, anzi, che non sentivamo un Mould così lucido e in palla. Ben assistito da una band che include David Barbe al basso (già con i Sugar) e Brendan Canty dei Fugazi alla batteria (sarà della partita anche nel prossimo tour, in autunno), il cantante, autore e chitarrista tira fuori dal suo arsenale armi che il tempo, evidentemente, non ha spuntato né arrugginito. Rabbia, passione, furore elettrico, concisione di scrittura e quell’istinto impagabile per la melodia, quella capacità di lanciare armonie byrdsiane a tutta velocità contro il muro del suono che fece grande la sua vecchia band. Ed ecco canzoni (“Circles”, “Best thing”, “Missing you”) che ricordano i bei tempi, e magnifiche ballate: “High fidelity”, con organo gospel e scampanate, e “Gauze of friendship”, chitarre acustiche e violoncello come ai bei tempi di “Workbook”. Riaffiorano spesso elementi caratteristici, ma si tratta più di stile che di ripetizione: tipiche parentesi malinconiche (“Days of rain”) la solita colata di lava elettrica che conclude quasi tutti i suoi dischi (“Beating heart the prize”). Nell’impetuosa risacca chitarristica, a riva si deposita anche qualche detrito dei precedenti dischi “elettronici”, dosato però con molta più misura: la cassa in quattro e la voce trattata elettronicamente di “(Shine your) Light love hope” e “I am vision I am sound” (l’effetto è un po’ Eiffel 65, ma sopportabile…), il synth stile new wave di “Paralyzed”, il basso ipnotico che danza sulle onde increspate di trance e psichedelia di “Always tomorrow”. La musica di Mould torna a bruciare di intensità, con elevato tenore muscolare e raffinata sapienza melodica: ci fosse giustizia a questo mondo Bob dovrebbe starsene lassù in cima, al fianco di Foo Fighters e di Pearl Jam.
(Alfredo Marziano)
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