«IL RE DEL NIENTE - Gianluca Grignani» la recensione di Rockol

Gianluca Grignani - IL RE DEL NIENTE - la recensione

Recensione del 17 ago 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Per dirla in grande: all’inferno, e ritorno. Dopo aver sperimentato – musicalmente e, soprattutto, non – tutto quello che gli passava per la testa Gianluca rientra in pista e fa tappa. A casa, con questo “Il re del niente” che ricorda molto da vicino le atmosfere di “Destinazione Paradiso”. Di mezzo, una decina d’anni non certo inutili, durante i quali Grignani è cresciuto dal punto di vista anagrafico ed esperienziale, inventandosi dischi tra l’India, New York e Milano, senza mai perdere le sue radici e l’attitudine un po’ provinciale pur coltivando il grande sogno cosmopolita.
E ora, eccolo qua: con qualche ruga e forse qualche capello bianco in più, ma tutto sommato sempre lui. Smessi i panni del “bad boy” già da qualche tempo, il nostro ha messo su famiglia, ha sposato Francesca e messo al mondo Ginevra; a entrambe dedica una canzone – “Bambina dallo spazio”, che apre l’album – dal testo tenero, tenero e allo stesso tempo convincente, come solo a lui riesce e solo quando è in stato di grazia: parole d’amore “per mia moglie e mia figlia che sono la stessa donna e per tutte le donne, delle marziane”. Se lo dice lui.
Dal punto di vista musicale “Il re del niente” è un disco ben fatto, senza orpelli e con pochissimo uso di macchine – incisione con strumenti suonati in studio ma dal vivo, una sorta di elettro-unplugged: qualche piccolo margine aperto al nuovo e per il resto un album semplice senza essere semplicistico; un album che non tradisce ma che fluisce gradevole, senza scossoni, sul piatto del lettore cd, in cui fatalmente sono penalizzate l’incisività e l’idea di “sorpresa”. Questo è un disco che, com’era da attendersi, arriva comodo comodo terzo in classifica, senza sforzi, ma in cui è difficile individuare brani tanto potenti da oscurare l’ombra degli altri; piuttosto in “Il re del niente” vincono la sensazione di continuum sonoro e un’impressione di estrema coerenza interna. Scelta di campo? Casualità? O più banalmente, Grignani non è - ormai – in grado di fare nient’altro? No, non arriviamo a dire tanto: l’impressione è piuttosto che davvero sia tornato a casa, a tracciare la fine della circonferenza del suo cerchio personale dopo tanti anni passati a vagare here and around, a chiudere un percorso iniziato tanto tempo fa. Mettendo da parte rabbie e rancori, tentando qua e là di arrabbiarsi (“Chi se ne frega”, contro lo show-biz e “La terra è un’arancia” con il suo messaggio ecologista) ma forse senza crederci troppo. E fregiandosi di una collaborazione illustre: quella con Andrea Guerra, figlio del poeta Tonino, con cui Grignani ha composto “Che sarà di noi”, qui inserita come bonus track e vincitrice del Premio Saint Vincent per il Cinema 2005.
Poi certo c’è la canzone che da il titolo all’album, “Il re del niente”, che è un po’ un manifesto ideologico: “Pure io a volte provo un profondo disagio, perché mi sento un venditore di fumo”, spiega Grignani nella scheda di presentazione del disco, “però anche attraverso gesti o parole futili tutti noi tentiamo di emergere dalla mediocrità”. Ah, ecco.

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