«LIVE @ THE FILLMORE - Lucinda Williams» la recensione di Rockol

Lucinda Williams - LIVE @ THE FILLMORE - la recensione

Recensione del 21 lug 2005

La recensione

Il leggendario Fillmore Auditorium di San Francisco, che dall’aprile ‘94 ha riaperto i battenti nella sua sede storica degli anni ’60, è tornato ad essere una “location” prediletta dai rocker come ai tempi eroici di Bill Graham. Anche i Los Lobos, per dire, hanno scelto di registrare lì un Cd/Dvd dal vivo di recente pubblicazione. Il piccolo locale, insomma, sembra ancora capace di far risuonare corde e vibrazioni segrete in chi lo frequenta, pubblico e musicisti: saranno gli spiriti benigni dei Dead e dei Jefferson, di Janis e di Jimi, di Otis Redding e di Muddy Waters, chissà, ma è certo che l’incantesimo a volte si ripete. E infatti: “Il nostro amuleto (‘mojo’) sta funzionando, stasera”, dice Lucinda Williams durante una delle tre esibizioni (20/21/22 novembre 2003) da cui ha ricavato il primo disco live della carriera, disponibile su doppio Cd ma anche su triplo vinile. Ci ha visto giusto. Lei e la sua band, che di vita on the road ne macinano parecchia, qui sembrano proprio in stato di grazia (il mio confronto diretto è un concerto dell’anno prima alla House of Blues di New Orleans, bello ma a memoria inferiore a questo tris californiano). Dio e il talento sono dalla sua parte: lo dice anche Elvis Costello, uomo dall’orecchio fine, che l’ha paragonata al padre di tutti i Williams (Hank) per il modo conciso e intenso di scrivere canzoni e a Keith Richards per come prende di petto il rock&roll, mica roba da ridere. Country – quello acre, polveroso, ruvido da localacci “roadhouse” del Midwest, non la melassa appiccicosa fabbricata in serie a Nashville – e rock&roll, appunto, chitarre affilate e sanguinanti che ricordano i Crazy Horse negli anni ‘70, sono i poli tra cui oscilla la musica della Williams. La scrittura asciutta e minimalista, ma anche evocativa e di ispirazione marcatamente letteraria, è il suo forte, a cui oggi aggiunge la solidità confortevole di un tostissimo trio di accompagnatori (la sezione ritmica Taras Prodaniuk- Jim Christie più le eccellenti chitarre di Doug Pettibone). I quattro formano una squadra “corta” e affiatata e dal vivo, non c’è da sorprendersi, sono ancora più tonici e guizzanti, soprattutto quando – come in questo caso – la ripresa dei suoni è impeccabile e scintillante, ben oltre la media di quel che si sente in giro (Lucinda è nota per essere una perfezionista). Le ballate dolenti, lente e strascicate prevalgono sul primo Cd, e i rock elettrici sul secondo; Pettibone lavora bene di lap steel tra l’iniziale “Ventura” e la conclusiva “Words fell”, dove il suono rarefatto dello strumento rievoca l’honky tonk “cosmico” di Gram Parsons e dei primi Flying Burrito Brothers. Gli spiriti nobili di Waylon Jennings e di Loretta Lynn, di Dylan (“Sweet side”) e di Neil Young (da “Pineola” e “Out of touch” a molte altre) aleggiano un po’ ovunque, conditi qua e là di ZZ Top, esplicitamente evocati nel rock blues efferato di “Atonement”, di sprazzi psichedelici (“Joy”: sarà la suggestione del luogo?) e di schitarrate garage che mettono d’accordo gli Heartbreakers di Tom Petty con i Dream Syndicate di Steve Wynn (“Real live bleedings fingers and broken guitar strings”, un titolo che è tutto un programma). Pettibone, sempre lui, sfodera assoli fiammeggianti (“Righteously”, “Essence”) e fluidi fraseggi bluesy (“Are you down”), mentre Lucinda tira spesso fuori una voce alla carta vetro e una selvatica sensualità, rappando come una poetessa beatnik su “American dream” (meno doorsiana che in studio), cantilenando nel suo modo inconfondibile, sciorinando storie tipiche da inquieta vagabonda per le strade d’America (il valzerone “Bus to Baton Rouge”). Quasi due ore di musica elettrica, pungente, moderna e tradizionale: alt. country, in mancanza di meglio, può ancora funzionare come etichetta. A volerlo cercare, un difetto c’è: la scaletta, per quanto efficace, è sproporzionatamente sbilanciata sull’ultima produzione. Undici pezzi dall’ultimo disco di studio “World without tears” riproposto quasi per intero, altri sette dal precedente “Essence”, solo briciole dal repertorio più vecchio: due canzoni appena dall’ottimo “Car wheels on a gravel road”, il disco della svolta e del successo (la citata “Joy” e “I lost it”), una da “Sweet old world” del ’92 (“Pineola”) e una dal “Lucinda Williams” del 1988 (la rabbiosa “Changed the locks”, ripresa poi da Tom Petty). Si finisce per avere in mano quasi un doppione degli ultimi due dischi (anche se, d’accordo, dal vivo è un’altra cosa). Ma così ha voluto Lucinda, donna volitiva in cappello e stivaletti da cowboy che ha curato personalmente la selezione e che a 50 anni suonati (52, oggi) è diventata contro ogni previsione artista influente e di tendenza, amata anche in Europa senza aver arretrato mai neppure di un millimetro dalle sue posizioni. Questo è vero girl power.

(Alfredo Marziano)
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