Ascoltare i “nuovi” VdGG provoca sensazioni contrastanti. C’è una notizia buona e una cattiva, in “Present”. Quella buona è che il disco non puzza affatto di muffa, anzi cattura a suo modo i segnali dell’attualità senza cavalcare onde di riflusso e smaccate nostalgie “progressive” (genere rispetto al quale i Van der Graaf, come anche i primi Genesis, stettero sempre un passo avanti e di lato, difendendo il primato della canzone e della ricerca sonora sul virtuosismo avvitato su se stesso): e certo avrà giovato il fatto che Hammill ha continuato nel frattempo a coltivar musica nel suo orticello privato, mantenendo con i vecchi compagni un filo tenue di contatto che ha dato occasione già in passato a sporadiche, estemporanee rimpatriate. Quella cattiva è che le suddette considerazioni si applicano soltanto alla prima metà dell’opera, le sei “songs” contenute nel Cd 1 che insieme durano poco più di 37 minuti. Il resto, l’ora abbondante di “improvisations” contenuta nel Cd 2 è ad uso e consumo dei collezionisti e dei fan più sfegatati, invitati a sbirciare dal buco della serratura dello studio di registrazione mentre i quattro baldi musicisti si scaldano i muscoli avventurandosi su sentieri secondari (che a volte si rivelano dei vicoli ciechi) tra free, jazz rock e ambient dai contorni dark, industriali e rumoristici. Va bene lo stesso, perché la doppia confezione costa comunque come un solo Cd, ma viene il sospetto che i Magnifici Quattro abbiano voluto accumulare provviste per sfamare chi si appresta a venirli a vedere, magari dopo essersi accorti di essere in ritardo sui tempi e le scadenze programmate.
Lasciamo perdere le improvvisazioni, dunque, e parliamo delle canzoni. L’asso nella manica i VdGG lo piazzano avvedutamente in apertura. “Every bloody emperor” non è certo la prima invettiva contro i Bush, i Blair e gli altri potenti della terra che violentano i diritti dell’uomo, ma Hammil con la sua voce salmodiante gli mette addosso un pathos accorato a cui è difficile resistere, tanto più se accoppiato a una sinfonia prog in crescendo che avvolge come un rampicante, tra i liquidi tocchi cool jazz dell’introduzione, l’atmosfera solenne e fiabesca di una strofa che sembra un inno anglicano e il refrain ornato di barocchismi: un uppercut per nostalgici e non solo, un brano che vibra di intensità e traspira coraggio come se trent’anni non fossero passati. Il sound è quello, ma suona spontaneo e non ricostruito in vitro: Hammill era e forse è ancora la risposta inglese a Tim Buckley, capace com’è di arrampicarsi su note e scale musicali senza reti e funi di sostegno. I leggendari sax di Dave Jackson, che quando passa al flauto ricorda i Genesis e i Gentle Giant dei tempi d’oro, sono il marchio di fabbrica più riconoscibile: ruggenti, ansimanti e strepitanti come quelli di Roland Kirk, o come un animale ferito nella giungla. Hugh Banton alterna i timbri maestosi dell’organo Hammond (in realtà riprodotti artificialmente attraverso due tastiere Roland munite di pedali-effetti) a gelide folate di sintetizzatore. E Guy Evans, il batterista, giostra leggero di piatti e di tamburi come i migliori discepoli della scuola white jazz inglese anni ’70 cresciuta alla corte dei Keith Tippett e degli Ian Carr. C’è uno strumentale anche qui (dunque le “canzoni” in realtà sono appena cinque…), “Boleas panic” (firmato Jackson), e sembra quasi di ascoltare i Traffic periodo “The low spark of high heeled boys”, in jam e un filo più jazzati. Ma il meglio arriva dalle visioni apocalittiche di Hammill: “Nutter alert” tratteggia un personaggio poco rassicurante incrociando motivi morriconiani, blues futurista e merletti medievaleggianti; i sax elettrici di “In Babelsberg” ululano come sirene di fabbrica o clacson nel traffico congestionato, e “Abandon ship!” è altrettanto convulsa e farneticante, con un riff gelido e assassino che sta a metà tra “21st century schizoid man” e la “Lemmings” di “Pawn hearts”. Non siamo dalle parti della cocktail lounge, questo è chiaro: “Present” è un disco ispido, di frontiera, niente affatto conciliante. Autenticamente “progressivo”, malgrado i capelli bianchi e radi dei protagonisti. Resta però in sospeso qualche dubbio di troppo: la conclusiva “On the beach” (ancora un tema marino), dove il moto acquatico si fa più rilassante e ondulato, sembra un altro schizzo, più che una canzone perfettamente compiuta. Ma allora i pezzi “veri” sono quattro… Accidenti, non potevano darci qualcosa in più?
(Alfredo Marziano)