«STATE OF THE ARK - Ark» la recensione di Rockol

Ark - STATE OF THE ARK - la recensione

Recensione del 08 giu 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Niente di nuovo, ahinoi, sotto il cielo di Svezia. Messa da parte la drammatica eccentricità del passato, il fascinoso Ola Salo – leader degli altrettanto fascinosi Ark – dà una bella spolverata qua e là, rinnega il teatro, il glam, le atmosfere barocche e si butta su arrangiamenti più puliti e ordinati. Sempre sotto la bandiera di elettronica e rock anni Ottanta, sia chiaro (come in “Rock city wankers” e “No end”), ma prendendo una direzione decisamente più pulita e rassicurante rispetto ai primi due album. Direzione che inevitabilmente diventa anche più noiosa, e lascia a bocca asciutta i fan di ieri (come noi). Saranno le musiche semplici, sarà la mancanza di impegno anche nell’uso della voce, saranno certi irritanti riferimenti che davvero sfiorano il plagio: provate a sentire l’attacco di “Girl you’re gonna get’em (real soon)” e a sostenere che differisce in qualche modo da “My Sharona”, impossibile. In compenso subito dopo lo stesso brano vira sui Jackson 5, e allora viene da dire: caro Ola Salo, a che gioco stai giocando? Anche perché poi, quando fai l’originale, come nel singolo “One of us is gonna die young”, davvero ci viene da sbadigliare. Ed è molto a malincuore che diciamo questo, avendo amato parecchio sia “We are the Ark” che “In lust we trust”. Possibile che sia già esaurita la vena creativa? Okay, le nostre aspettative erano alte, e in effetti qui qualcosa che si salva c’è: per esempio “Hey Kwanongoma!”, “Deliver us from free will”, “The others”, “Clamor for glamour” o “This piece of poetry”; ma stiamo parlando di un totale di cinque, striminziti brani che si collocano tra il discreto e il buono, a partire da un album in partenza un po’ risicato (undici canzoni appena). Uffa! Dov’è finito quell’approccio rock teatrale che faceva riferimento ai primi Roxy Music, a David Bowie e il suo "Ziggy Stardust", ai Kiss? Dov’è il genio di pezzi come "It Takes A Fool To Remain Sane", "Let Your Body Decide" e "Calleth You Cometh I", dove quel sound unico che ci aveva fatto sperare nella nascita di un gruppo di nuovi, autentici alfieri del glam rock? Insomma: questo disco – che non è male in sé: è male secondo i criteri di chi ama, e stima, gli Ark - compratelo se proprio non avete niente di meglio da fare; altrimenti, se non li avete già, per conoscere Ola Salo e i suoi buttatevi piuttosto sui primi due album. Scusate, lo sappiamo, questa recensione sembra lo sfogo di un fan deluso. Del resto è quello che siamo.

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