«NON AL DENARO NON ALL'AMORE NE' AL CIELO - Morgan» la recensione di Rockol

Morgan - NON AL DENARO NON ALL'AMORE NE' AL CIELO - la recensione

Recensione del 07 giu 2005

La recensione

“Il primo re-make discografico della musica italiana”, annuncia il comunicato stampa di presentazione del Cd. In effetti, siamo di fronte a un esperimento unico nel suo genere. Non che manchino, nella storia più recente della musica “pop”, gli interventi di restauro e di revisione storica dei classici (lo hanno fatto recentemente il Brian Wilson di “Smile” e il Mauro Pagani di “Creuza de ma”, altro capolavoro di Fabrizio De André: ma in entrambi i casi ad incaricarsene è stato un musicista coinvolto direttamente nella stesura del progetto originale). E in America, qualche anno fa, i Phish di Trey Anastasio avevano preso l’abitudine di celebrare le festività di Halloween riproponendo in concerto, pezzo per pezzo, pietre miliari del rock come il “White album” dei Beatles, il “Quadrophenia” degli Who, il “Remain in light” dei Talking Heads e il “Loaded” dei Velvet Underground. Morgan però è andato oltre, ispirandosi ai rifacimenti cinematografici e alle modalità con cui direttori d’orchestra e strumentisti classici tengono in vita la musica “seria”: il vecchio disco ispirato all’ “Antologia di Spoon River” lo ha studiato e metabolizzato, trascrivendo, analizzando, scindendone e ricomponendone le molecole sonore come un matematico o un piccolo chimico delle note. Quando l’album del grande genovese uscì, era il 1971, Marco Castoldi non era neppure nato. Ma chi è cresciuto in quell’epoca ne ricorderà perfettamente il forte impatto emotivo (capitò anche il miracolo di sentirselo proporre in classe da qualche insegnante di lettere particolarmente illuminato), la magia evocativa dei personaggi e delle parole (adattate sulla base delle traduzioni di Fernanda Pivano con il contributo di Giuseppe Bentivoglio: e chi si è dimenticato, tra i quarantenni/cinquantenni d’oggi, il rancoroso giudice nano, il suonatore Jones o la collina dove dormono le anime dei defunti?), l’ambiziosa, movimentata scrittura folk/prog/rock/barocca delle musiche composte assieme all’allora giovanissimo Nicola Piovani, che molte lune dopo avrebbe raccolto un premio Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella”. Oggi, Morgan si è caricato sulle spalle il peso intero, badando personalmente a produzione, direzione d’orchestra e arrangiamenti, assumendosi la responsabilità di coordinare il gruppo di strumentisti (“le sagome”) e il quintetto d’archi (“l’orchestra scomposta”) che lo accompagnano lungo l’intero percorso. L’autostima, evidentemente, non gli fa difetto, ma non si può dire che non lo si sapesse. Sulle implicazioni e i risultati della singolare operazione si è già aperto un piccolo dibattito. Appropriazione indebita o giustificata, come sostiene l’interessato, dal carattere eminentemente popolare di un’opera entrata nel patrimonio condiviso degli italiani? Esercizio virtuosistico fine a se stesso o reinterpretazione geniale? Una premessa fondamentale è che l’operazione è stata non solo approvata ma persino istigata da Dori Ghezzi e dalla Fondazione De André, sigillo doc che taglia la testa al toro. E poi nulla vieta, in un contesto di libero mercato e di libero pensiero, di cimentarsi in una sfida di questa portata. A qualcuno è dispiaciuto che Morgan non abbia “osato” di più, plasmato creativamente a suo piacimento la materia: il monzese in effetti è rimasto fedele, fedelissimo alle partiture del ’71, e trovare le differenze tra l’uno e l’altro disco è un po’ come cimentarsi in quel vecchio giochetto da Settimana Enigmistica. Ma la sua non è neppure una copia carbone asettica, una clonazione inquietante e beffarda sullo stile delle cover che Todd Rundgren diede alle stampe nel 1976 con l’album “Faithful”. Ci sono piccole variazioni sul tema, che il musicista annota con dovizia di particolari nei suoi commenti al disco (se non lo ha già fatto, sarebbe utile li pubblicasse sul suo sito Internet, tanto aiutano a “leggere” il lavoro e le sue intenzioni): qualche avvicendamento strumentale, un flauto a coulisse al posto di un’ocarina, un theremin in luogo di una voce soprano; e poi pezze e pilastri di rinforzo agli arrangiamenti, i tempi rallentati, le “intro”, le code e le dilatazioni che allungano di dodici minuti circa la durata complessiva del disco, le riprese tematiche che servono a sottolineare il senso del “concept” e la ciclicità dei temi, vita e morte, scienza e religione, conformismo e libertà. “Un ottico”, mini suite onirico-psichedelica a ritmo cangiante, sembra fatta apposta per l’uomo dei Bluvertigo, che in una inedita coda strumentale in chiave funk jazz lascia i musicisti liberi, per una volta, di galoppare travolgendo i rigidi steccati delle partiture. E’ a suo agio e sembra divertirsi, Morgan, anche quando si tratta di sottolineare e amplificare le citazioni barocche e classicheggianti sparse da De André e Piovani (il Vivaldi de “Un malato di cuore”, il Bach di “Un medico”, il Pachelbel di “Un chimico”); alla danza popolare di “Un matto” imprime un tono più frizzante e giocoso, ad “Un giudice” una spinta ritmica più aggressiva con un cenno di boogie e rock blues. Nei titoli di maggior respiro melodico, “Un blasfemo” e “Un malato di cuore”, sembra di percepire nella sua voce un pizzico di emozione e di slancio romantico in più, rispetto all’esposizione asciutta e lineare di De André; in “Dormono sulla collina” una punta d’enfasi teatrale e un certo abbandono. Morgan assicura di non averlo fatto apposta e di considerarlo anzi un limite: ma sono proprio quelle increspature, quelle piccole frizioni a produrre un po’ di calore, a scongiurare che il tutto si riduca a un esercizio freddo e intellettuale che provoca ammirazione ma non coinvolge. Ha lavorato con grande cura dei particolari, il Castoldi, a partire dal packaging di copertina (peccato per il brutto, doppio refuso nel sottotitolo di “Un blasfemo”; e per quell’uso fastidioso e scorretto dell’accento grave invece che acuto sulla particella “né” del titolo: errore che, siamo andati a verificare, si replica dai tempi dell’album originale in vinile con la sola eccezione delle ristampe nella linea economica Orizzonte della Ricordi…). Ci ha messo competenza tecnica, probabilmente molte ore di studio matto e disperatissimo. Il giovane musicista (massì, ha solo 33 anni…), lo ha raccontato lui stesso, ha trovato facile identificarsi in personaggi come il matto e il suonatore Jones, e nella loro libertà creativa, soprattutto dopo che le sue “Canzoni dell’appartamento” lo hanno affrancato dal ruolo di rocker bistrato e post glam aprendogli le porte della canzone d’autore tout court. Ed è stimolante, la sua idea che le musiche e le parole di De André meritino di essere traghettate verso altri tempi e altri luoghi. Un’idea, appunto: la sua è stata inusuale, coraggiosa, insidiosa. Morgan, per beata incoscienza o presunzione che sia, s’è preso un bel rischio: e paradossalmente, proprio con il suo remake, si conferma uno dei pochi originali sulla piazza. Scommessa vinta, per quanto mi riguarda.

(Alfredo Marziano)
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