«BUON SANGUE - Jovanotti» la recensione di Rockol

Jovanotti - BUON SANGUE - la recensione

Recensione del 24 mag 2005 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Non fatevi ingannare dai fiumi di parole che solitamente accompagnano l’uscita di un disco di Lorenzo. Non fatevi fuorviare dal modo in cui lui stesso ha presentato questo “Buon sangue”, il disco del “ritorno” sulle scene dopo 3 anni. “Buon sangue” non è l’inno al relativismo musicale, al kaos sonoro di cui si sente dire in giro. “Buon sangue” è il suo disco più disco. E’ un album in cui Lorenzo è riuscito a far quadrare il cerchio, convogliando il suo disordine in una forma che non dimentica la canzone tradizionale, ma non tradisce la volontà di sperimentare.
Andiamo con ordine, partendo dai fatti: “Buon sangue” arriva ad oltre 3 anni da “Il quinto mondo”. 3 anni lunghi, intensi e anche difficili. Anni iniziati con una sovraesposizione mediatica e musicale, a volte cercata e a volte subita; anni proseguiti con una ricerca, un ritorno alla dimensione più vera della musica, perseguiti sia con progetti paralleli (il disco con il Collettivo Soleluna), sia con il silenzio.
“Buon sangue” è il punto di (non) ritorno. E’ un disco-fiume, come nella tradizione di Lorenzo; ma è un fiume arginato, incanalato per il verso giusto, senza le esuberanze musicali che rendevano particolare, nel bene e nel male, “Il quinto mondo”. Tradotto: è un disco più prodotto e meno suonato; la band (e che band) ovvero si sente dietro Lorenzo; ma si sente anche una maggiore voglia rispetto al passato di dare forma alle idee musicali, anche grazie all’uso dell’elettronica. Da questo punto di vista è stato fondamentale, lo ha raccontato lo stesso Lorenzo, il contributo di Stefano “Stylophonic” Fontana, di Michele Canova (il deus ex machina di Tiziano Ferro) e dei Planet Funk, al lavoro su “Coraggio”.
Ecco, si può partire proprio da qui, da questa canzone: una canzone dance, un ritmo travolgente, su cui Lorenzo fa una chiamata alle armi, invocando categorie professionali improbabili. Insomma, la canzone inizia come ritmo elettronico puro, e con una struttura anti-narrativa. Però poi si apre sul ritornello con una chitarra agli U2 che apre la melodia, e si ritorna alla forma canzone. Uno schema simile avviene su “Penelope” (che vede la partecipazione di Edoardo Bennato) o sul singolo “(Tanto)3”, che sicuramente conoscete già: una base sperimentale e non lineare su cui si innestano elementi tradizionali. Poi c’è l’altra faccia del disco, quella in cui Lorenzo fa il gioco opposto: canzoni tradizionali come le “Mi fido di te”, “Per me” o “La valigia”, su cui vengono innestati elementi di sperimentazione: ritmi elettronici, campionamenti… Come lo ying e lo yang, in ognuna delle due tendenze, sperimentazione e tradizione, c’è sempre un po’ dell’altra.
Il gioco funziona, quasi sempre, anche perché le canzoni non sbrodolano mai: sono tutte brevi, concise. Certo, poi, se comprate la “limited edition” vi trovate un CD con 13 altre canzoni: un “Extra F.U.N.K” (che sta per “Fratelli uniti nel Kaos”), fatto di “outtakes”, provini di studio che raccontano come è nato il disco, in forma volutamente più rude e torrenziale: se ne parla più dettagliatamente nell’altra recensione, che rockol pubblica in coda a questa.
Ma insomma, bravo Lorenzo: sei riuscito a non tradire la tua identità musicale, a farci credere che questo disco sia caotico, sia la tua consueta (!?) invettiva musicale che frastorna gli ascoltatori. E invece no. Anzi, e invece ni: ci sono un sacco di idee, di parole, di musiche. Ma “Buon sangue” è un disco tutt’altro che relativista (ammesso che questa categoria possa avere senso applicata alla musica), perché ha idee forti, più che in passato.
(Gianni Sibilla)


“Fior di giornale, i critici mi han scritto bene e male / ma i giorni tristi, a dirla veramente / son stati quelli che non hanno scritto niente”.

Una delle ragioni per le quali Rockol non recensisce i dischi nel giorno immediatamente successivo alla loro uscita è che ci piace prenderci il tempo di ascoltarli con attenzione, per poterne riferire in maniera completa. Francamente dubito che qualcuno dei colleghi che ha già ampiamente scritto di “Buon sangue” abbia ascoltato interamente e con la dovuta attenzione anche il secondo disco dell’edizione limitata, “Extra F.U.N.K.”: Beh, comunque io l’ho fatto, ed è proprio nell’ “Antologia di stornelli”, uno dei 13 brani del secondo Cd, che ho trovato i versi riportati in apertura di queste righe. Da questi partirei, per parlare del nuovo lavoro di Lorenzo.
Era mia intenzione aprire con una riflessione su quanto a Jovanotti è successo negli ultimi anni, ma molto meglio di quanto avrei potuto farlo io l’ha fatto Stefano Pistolini sul “Foglio” di sabato 14 maggio, nella prima puntata della sua nuova rubrica di argomento musicale (a proposito, bentornato a Stefano che riprende a scrivere di musica: si sente sempre il bisogno di menti lucide). Sicché, attacco con una considerazione: il Lorenzo di “Buon sangue” è un uomo di dubbi, non di certezze – il che me lo rende anche più caro, perché se c’era qualcosa che mi lasciava perplesso, in passato, era proprio la sicurezza apodittica con la quale enunciava le proprie convinzioni. Poi, evidentemente, la vita lo ha convinto che non si può mai essere troppo sicuri di nulla. Doloroso, ma istruttivo.
La considerazione successiva è che Lorenzo, in “Buon sangue”, si racconta con una franchezza così disarmante che a volte perfino imbarazza. Sembra di frugare in un diario, o in una corrispondenza privata, ascoltando frasi come “‘Innamorato?’ ‘Credo’ ‘E lei ti ama?’ ‘A suo modo’” – in “(Tanto)3” - o “Ti domanderai se anche stavolta sono io quello sbagliato” (in “Una storia d’amore”) o “Ti ho detto ‘Credi di avermi deluso ma ti darò ancora più passione’” (in “La valigia”). E mi è venuto da chiedermi se la protagonista o la destinataria di queste parole ne sia contenta: non delle parole, che credo qualunque donna vorrebbe sentirsi dire dal proprio uomo, ma del fatto che questa parole siano rese pubbliche, cantate in un disco e scritte sul libretto del Cd (la stessa domanda me la sarei potuta porre per Patti Boyd e “Layla”, o per Linda McCartney o per Yoko Ono e per tutte le canzoni in cui Paul e John Lennon squadernavano i propri sentimenti per loro). Al giornalista, dite, non dovrebbe importare: e avete ragione. Ma importa a me come persona, e come persona che a Lorenzo vuole bene: e se lui scrive e canta quelle cose, io penso e scrivo queste altre cose, peccando probabilmente dello stesso eccesso di franchezza.
Però, qui del disco si dovrebbe parlare, e non dell’autore-cantante. E anche se nel caso specifico la coincidenza fra il disco e il suo autore è totale (in questo senso, Lorenzo è assolutamente un cantautore: impossibile separare i testi delle sue canzoni dalla conoscenza che abbiamo della persona che li ha scritti e che li canta), il mestiere c’impone di esprimere un parere professionale.
E dunque, dopo almeno dieci ascolti dell’album (dieci ascolti del primo Cd dell’album; per il secondo sono, al momento, arrivato a tre), credo di poter dire almeno qualcosa di sensato. Dunque, “Buon sangue” ha un problema (un problema che molti dischi vorrebbero avere): contiene alcuni brani micidiali, che considero superlativi (poi vi dirò quali sono), a confronto con i quali gli altri brani appaiono più “normali”, inevitabilmente meno sorprendenti. Anche se, indubitabilmente, sono ottimi anch’essi, tant’è vero che nel suo complesso giudico “Buon sangue” un lavoro di grande qualità.
(apro qui una parentesi che forse potrà interessare i nostri piccoli lettori. Esiste, benché non ufficializzata, una “cupola” di giornalisti – principalmente le prime firme dei quotidiani – che in qualche maniera si consulta e si coordina per decidere che linea tenere nei confronti del nuovo disco di un artista di fama. Non è che facciano una riunione formale, intendiamoci: ma, insomma, si parlano, si intendono, e generalmente si attengono a un orientamento comune. Non so perché lo facciano, posso solo ipotizzare che ognuno di loro tema di steccare rispetto al coro, o che credano in una sorta di “mission” – a volte elogiativa a volte punitiva. Ecco, su “Il quinto mondo” questa “cupola” aveva assunto una posizione ultracritica; e in quell’occasione mi fece molto piacere che Rockol fosse nettamente in disaccordo con i ben più noti e autorevoli colleghi – se vi va, leggete qui: http://www.rockol.it/recensione.php?idrecensione=2074. Ecco, stavolta la “cupola” ha scelto di dir bene di “Buon sangue”: e il mio istinto di bastian contrario mi farebbe venir voglia di… ma davvero non posso, nemmeno per accontentare la mia vanità da predicatore solitario. Perché “Buon sangue” è proprio un bel disco).
Torniamo al dunque, e al disco. I vertici, i picchi, le vette della tracklist di “Buon sangue” (stiamo sempre parlando del primo disco) sono, a mio avviso, “Mi fido di te” e “Coraggio”, seguiti da “La valigia” e “Per me” - non considero, arbitrariamente, “(Tanto)3” come una traccia dell’album: perché, anche in quanto singolo di lancio, mi pare più un’introduzione teorico-metodologica.
“Mi fido di te”, con tutto che (perché non dirlo?) melodicamente richiama molto da vicino “Bella”, è una canzone meravigliosa, contagiosamente malinconica, illuminata da un testo pittorico squarciato da intuizioni felicissime (“L’affitto del sole si paga in anticipo, prego”, “La vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare”, “dottore, che sintomi ha la felicità?”, “questa non è un’esercitazione”, “cosa sei disposto a perdere?” - citazione da “Casino” di Martin Scorsese, nel film lo dice Robert De Niro/ Sam 'Ace' Rothstein) ed enunciato da un titolo bellissimo; gli archi spudorati di Celso Valli ci mettono il carico da undici.
“Coraggio” è tutt’altra roba, ma sempre roba strepitosa: ritmo duro (“questo ritmo è per voi”), una declamazione drammatica e convincente di un elenco di “bella gente” (figli di Apollo, progettisti di blue jeans, marziani fuori sede, scopritori dell’ovvio, annusatori di vinile, samurai e operai, cantanti in bilico, mungitori di rinoceronti, decoratori di inferni, modelle sovrappeso, collaudatori di preservativi, collezionisti di multe, fedeli al subwoofer…), e, sotto, un grandioso rumore – obbligatorio l’ascolto ad alto volume con i bassi pompati -, un assalto sonico che toglie il fiato, letteralmente, e in senso buono, e che cita esplicitamente gli Art of Noise di “Close to the edit”. Potrebbe diventare per Lorenzo quel che è diventato “Quelli che…” per Enzo Jannacci: una canzone-manifesto dal testo sempre ampliabile e rinnovabile.
Sotto a questi due vertici altissimi stanno “La valigia” e “Per me”. “La valigia” è un curioso pastiche degregoriano: il testo è zeppo di parole che sembrano tratte di peso dalle canzoni del Principe (foto, seni, cassetti, segreti, marinai, smettere e ricominciare) e anche la struttura della strofa è sintatticamente assimilabile a quella di certo De Gregori più intimista e meno visionario; anche qui, alcune frasi meritano di diritto l’inclusione in un ideale florilegio (“i giorni pesano se sono vuoti”, “anche le ragazze fanno promesse da marinai”, e anche quel “le nostre ombre divennero una” che richiama alla memoria un passaggio di “Una città per cantare” di Ron).
(altra parentesi. Se sottolineo così puntualmente analogie e riferimenti non è per sminuire il valore dei testi. Anzi, il mio parere personale è che la rielaborazione di un’esperienza letteraria possa avere lo stesso valore artistico dell’esperienza originaria a cui fa riferimento, e anche più valore, se è compiuta con spirito critico e con originalità – come nel caso del testo di “La valigia”. E non mi scandalizzerei più di tanto se dovessi paragonare Jovanotti e De Gregori. Anzi.)
Su “Per me” ho cambiato idea dopo parecchi ascolti. Al principio mi pareva più debole di altri brani (m’infastidiva quel “te” troppo colloquiale infilato nella frase “questa mattina quando te sei uscita prima di me”). Forse la semplicità del testo mi aveva in parte fuorviato, forse trovavo un po’ eccessivo tutto questo dichiarare amore incondizionato, forse gli archi (arrangiati e diretti da Bruno De Franceschi) mi parevano un po’ meccanici. Poi ho colto questa frase del testo: “L’abitudine, sai, è il peggiore dei guai: si diventa come due vecchi comici che non ridono più, che non inventano più, che sono lì a rassicurare il pubblico”. E sarà perché questa cosa a me è capitata proprio così, precisamente così; sarà che mi è venuta in mente “La canzone dei vecchi amanti” di Jacques Brel; sarà che stavo ascoltando il disco con una persona che mi è cara alla quale “Per me” è piaciuta moltissimo… insomma, adesso mi sono convinto che questa è un’altra delle perle di “Buon sangue”.
(terza e ultima parentesi: non lo so se questa frase, questa dei comici intendo, sia tutta farina del sacco di Lorenzo. Può anche darsi che sia una parziale riscrittura di qualcosa che Lorenzo ha trovato in qualche libro, in qualche prosa, o in qualche poesia, o in qualche altra canzone. Ma non m’importa: io non la conoscevo, per me è nuova, e bella. E’ questo che intendo quando dico che ri-creare può essere importante quanto creare, e quando m’incazzo con i ragazzi che incontro ai concorsi, che scrivono testi piatti e banali e scontati. Bisogna leggere, leggere, leggere: i libri, i giornali, le riviste, i romanzi, i racconti, i saggi. Imparare a cogliere le parole usate dagli altri, a metterle in fila in un ordine diverso, a farle proprie e rivitalizzarle.)
E le altre canzoni? “Falla girare” promette di diventare un bel momento live, con la sua struttura circolare; “Un buco nella tasca” contiene alcune divertenti idee testuali (“in una mano un cellulare nell’altra la clava”, “ho visto auto in doppia fila nel parcheggio di Dio”, “ho visto grandi orologi su gente di poco polso”) e una gustosa citazioncina da “Amici miei” (il coretto maschile di “Bella figlia dell’amore”); “Mani in alto” è una specie di “Alla fiera dell’Est” in forma di filastrocca, un poco faticosa nella sua schematicità (ma la frase “‘Non sparare, in nome di Dio!’ ‘Di quale Dio, del tuo o del mio?’ la dice più lunga di tanti articoli di fondo sui conflitti religiosi); “Penelope”, “La voglia di libertà”, “Bruto”, “Mi disordino” sono tracce onorevolissime, e la title-ghost-track è una creazione del Jovanotti più parabolico, col suo mettere insieme una lista di simbolici antenati ognuno dei quali ha “insegnato” qualcosa al pronipote (personalmente le preferisco la versione “Good blood” proposta nel secondo Cd).
Ho lasciato per ultima “Una storia d’amore”, che molti hanno già definito una sorta di “tributo” ai cantautori italiani “storici” (Paoli Tenco e via elencando). Mi lascia freddino, lo confesso: mi pare meno robusta e meno convinta di altre canzoni del disco, frutto più di esercitazione che di ispirazione (bella, però, la frase “ti nutrirò di coca-cola e di popcorn dentro ad un cine”).
Sul disco 2, (“cose extra, outtakes, provini, pezzi di altri pezzi, versioni alternative, experimenti, jams, tesori nascosti e altra roba”), ecco qualche informazione sparsa. Gli inediti-davvero-inediti sono la divertita “Un po’ di f.u.n.k.”, poco più che uno scherzo ritmico in sala; “Hai sentito le previsioni del tempo? (Ciao)”, un brano molto strumentale atmosferico e quasi chill-out (“Ciao… Un’estate ancora finché il mondo gira, dai che ce la fa, forse ce la fa, sì che ce la fa” ne è tutto il testo); la già citata “Antologia di stornelli”, che sullo schema popolare (appunto) dello stornello a dispetto allinea una bella e lunga (sei minuti) serie di considerazioni che testimoniano ancora una volta la dimestichezza funambolica di Lorenzo col vocabolario della lingua italiana; non una canzone, ma un divertissement con qualche momento salace (vedi “Fior nella pioggia”, “Fiore di rapa”, “Fior d’allegria”); “Cose pericolose” è un intervento rappato dei Corveleno, 50 secondi messi lì come documento di una visita in studio; “Mumbojumbo” è una sorta di viaggio in forma di canzone popolare, un giro del mondo attraverso i mercati delle città che ricorda certe cose di Branduardi (non nella musica, che qui è etnico/elettronica, ma nella formula narrativa che si dipana attraverso continui baratti – “Sono andato al mercato… Ho comprato… L’ho scambiato”).
“Fuori due” è “Penelope”, con un pezzo di testo diverso e molto efficace (“E c’è ancora qualcuno che si si chiede come mai quand’è la sera guardan tutti la tivù: perché là fuori succedono cose pericolose, perché là fuori succedono cose meravigliose, perché là fuori c’è uno che se ti vede ti prende e ti porta via”); “Rifalla girare” è ovviamente “Falla girare” in versione meno rifinita e con qualche frase di testo diversa; “Good blood” è “Buon sangue”, e come ho già detto mi piace più dell’omologa del disco uno (è più insistente e urgente e semplice e compatta); “Coraggio jam” è (invece) meno aggressiva e meno ossessiva della sua omologa del disco uno, e anche meno efficace (nell’elenco della “bella gente” compaiono “fidanzate di uomini sposati”, “masticatori di foglie di tè”, “malati di troppa vita”, “guardie e ladre” che nella versione del disco uno non ci sono); “Midi-sordi-no” è “Mi disordino” più… disordinata, con tempi mutevoli, accelerati/rallentati; “Cosa ne sarà di noi” è “Mani in alto”, con minime variazioni testuali; “Fuori uno” rimescola “Penelope” e anche “Fuori due”, ed è un bel pezzo vivace, rumoroso, di buona energia; infine, “Ancora di più” è un’elaborazione creativa di “(Tanto)3”, ultraelettronica e quasi dub.
Ecco, ci siamo ricascati. Quando esce un disco di Lorenzo scriviamo delle lenzuolate di parole. Sarà lui che ci contagia. Ma è un contagio anche benefico: come già mi è capitato di scrivere, non sono molti i dischi (e gli artisti) che ti danno tanti argomenti di cui parlare e tanta voglia di condividere le tue considerazioni. Con Lorenzo “Jovanotti” Cherubini succede spesso, e ne siamo contenti. E gliene siamo grati.

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