«MIGHTY REARRANGER - Robert Plant» la recensione di Rockol

Robert Plant - MIGHTY REARRANGER - la recensione

Recensione del 27 mag 2005 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

“I miei colleghi flirtano col cabaret / alcuni fingono ancora l’urlo ribelle / Io cerco di volare più in alto / Devo sfuggire al loro inferno” (da “Tin Pan Valley”, quarto brano di “Mighty rearranger”).
Venticinque anni fa, per scelta, cessò all’improvviso di essere un dio del rock: morto Bonzo, insieme a Jimmy Page decise di porre fine ai Led Zeppelin senza esitare un solo minuto, e si diede. Fu allora che - trentenne, autorevole e immensamente ricco - Robert Plant stabilì che avrebbe assecondato le sue curiosità musicali di ragazzo per approfondire la sua già vasta cultura artistica. E così del rock and roll – crediamo – trattenne per sé il lusso e lo stile di vita, ma scansò i riflettori e le riletture. Capì che, in un modo triste e inatteso, era tornato finalmente libero dopo un decennio – e ne approfittò: lasciò che del dirigibile restasse l’icona anziché rischiare di trasformarlo in una caricatura e, pur tra una reunion e una rimpatriata, utilizzò i suoi dischi solisti per sperimentare. Quando il tuo senso dell’umorismo supera il tuo ego, sei messo bene. Così Robert Plant: intelligente, mondano, ha sempre tirato dritto attraversando con sempre maggiore padronanza quei generi da cui la sua band aveva sottratto alcuni imperituri tocchi esotici.
“Mighty rearranger”, il suo ultimo album (ed il primo sotto l’egida di un’attivissima e avvedutissima Sanctuary Records), è un album di gran classe, frutto della sapienza di un cinquantasettenne perfettamente a proprio agio con un gruppo giovane, gli Strange Sensation. E’ uno scambio che funziona sempre meglio: superato il rodaggio con “Dreamland”, oggi la formazione è compatta e, conscia del proprio privilegio, restituisce energia e freschezza in cambio di grandezza ed esperienza. Rispetto al precedente disco, questo – che continua su quella stessa strada: le radici blues, l’eco magrebina, il suono analogico, qualche puntata sul trip hop proveniente da Portishead e Massive Attack – è più equilibrato; laddove il tentativo di mescolare e accostare generi e tendenze a tratti poteva suonare… proprio come un tentativo, qui si trasforma in stile. Anche per questo la voce di Plant, che rende agli anni che passano quel che è giusto, non ne esce diminuita ma, in qualche modo, solo più saggia, calibrata; la potenza è conservata per dove serve veramente.
"Shine it all around", il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è forse la sintesi meglio riuscita di un viaggio visionario lungo quasi trent’anni, perché fonde così bene la solidità del rhythm and blues con quel gusto arabeggiante e nord africano che continua ad aleggiare tutto intorno. Tuttavia non è l’unica vetta del disco. L’eredità dei Led Zeppelin è racchiusa in un pezzo come “Dancing in Heaven”, l’imperscrutabilità e il fascino tuareg arrivano con “Somebody knocking” mentre gli anni ‘90 del trip hop sono toccati nel mantra di “Brother Ray”. E, se il testo del brano citato in apertura funge da personale manifesto artistico, il commento sociale è affidato ai cenni (se non ai titoli stessi) di “Another tribe” e “Freedom fries”, chiaramente influenzate dal dibattito diffuso sul conflitto culturale in atto tra mondo occidentale e cultura orientale.
La speranza, una volta ascoltato “Mighty rearranger” tre o quattro volte, è quella di vedere in azione Robert Plant e gli Strange Sensation quanto prima perché, se sul palco trattengono buona parte dello stato di grazia ritrovato in studio, devono veramente essere qualcosa di portentoso. Era da “No quarter” che non ritrovavamo tanta qualità in questo grandissimo hippie, oggi completamente liberato.
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